I dati Arpav

Batteri 50 volte i limiti nel Fratta-Gorzone, misteriosi scarichi nel «fiume dei veleni»

.
Il punto in cui il collettore dei reflui vicentini scarica nel fiume Fratta Gorzone a Sule di Cologna (Diennefoto)
Il punto in cui il collettore dei reflui vicentini scarica nel fiume Fratta Gorzone a Sule di Cologna (Diennefoto)
Il punto in cui il collettore dei reflui vicentini scarica nel fiume Fratta Gorzone a Sule di Cologna (Diennefoto)
Il punto in cui il collettore dei reflui vicentini scarica nel fiume Fratta Gorzone a Sule di Cologna (Diennefoto)

Ci sono scarichi fantasma all’origine della grave presenza di batteri nel Fratta-Gorzone. E tra i residenti cresce ulteriormente la preoccupazione sul fiume che è il triste simbolo di quella che ben a ragione possiamo ormai definire come la «terra dei veleni», di cui il Colognese fa parte a pieno titolo.

Nel corso d’acqua è stata riscontrata infatti una notevole presenza di Escherichia coli. Un batterio che può causare infezioni del tratto urinario, meningite, peritonite, setticemia e polmonite, e può produrre tossine che, se assunte per via alimentare, causano diarrea. La causa di tutto ciò non è, secondo l’Arpav, il «tubo» Arica. Essa va ricondotta a sbocchi nel fiume presenti a monte di quello del collettore, che si trova a Sule di Cologna. Una situazione che lo stesso consorzio che gestisce il sistema formato dal «tubone» e dai cinque depuratori vicentini di Arzignano, Montecchio, Montebello, Trissino e Lonigo di cui convoglia i reflui aveva anticipato e che, se possibile, rende il quadro ancora peggiore di quello che si poteva immaginare. Il batterio arriva infatti da scarichi non controllati e di cui forse nemmeno si conosce l’esistenza.

È vero che la carica batterica delle acque è il problema minore del Fratta Gorzone - fiume che è contaminato da sostanze cancerogene, per primo il cromo esavalente, da Pfas, che sono correlabili a varie malattie gravi, da solfati, cloruri, erbicidi, metalli ed altro ancora - ma è comunque un problema reale. Soprattutto perché di questa presenza non si conosce l’origine. E questo nonostante qualche anno fa si fosse verificato un problema analogo, legato a salmonella, che aveva portato all’adozione di ordinanze di divieto dell’acqua del Fratta ad uso irriguo.

Legambiente regionale e Perla Blu, il circolo colognese dell’associazione, hanno diffuso, sollecitando l’intervento delle istituzioni, i risultati dei prelievi analizzati da Arpav, i quali dimostrano una presenza abnorme nelle acque, oltre che di Pfas di più vecchia produzione, cromo ed erbicidi, anche di Escherichia coli. Quest’ultima ha una concentrazione cinque volte più elevata rispetto al limite concesso per i depuratori ed addirittura 50 volte più alta di quello previsto per le acque balneabili. Stiamo parlando di più di 24.000 unità batteriche in 100 millilitri. Arica, pur confermando che dal collettore esce acqua contenente Pfas a catena corta, in particolare Pfbs, si è chiamata fuori per quanto riguarda il resto.

A dare una risposta complessiva è Arpav, la quale spiega che i dati di cui parla Legambiente non descrivono la qualità generale delle acque del Fratta Gorzone. Essi forniscono, comunque, una fotografia che è degna di attenzione. «I valori di Escherichia coli riscontrati a monte dello scarico del tubo suggeriscono che ci sia un contributo significativo del bacino superiore, visto che qui i numeri negli ultimi 10 anni sono generalmente sempre superiori a quelli a valle dello sbocco, i quali nella maggioranza dei casi sono inferiori a 5.000 unità batteriche», dice l’Agenzia regionale. La quale, poi, ricorda «che l’asta del fiume è interessata a monte da molteplici scarichi, non collegati al collettore, provenienti sia da aree agricole che da aree parzialmente urbanizzate o prossime a centri abitati, con assetti fognari ancora incompleti». Insomma, l’origine del batterio è tutta da verificare. Arpav, poi, spiega che «il Fratta Gorzone è forse il corso d’acqua più monitorato d’Italia». Fatto che in effetti conferma da molto tempo che è uno dei fiumi più inquinati del territorio nazionale. Secondo l’Agenzia regionale per l’ambiente, d’altro canto, i Pfas sono presenti anche a monte dello scarico del «tubo», il quale ne ha addirittura «operato una diluizione», mentre gli erbicidi si trovano nelle acque a causa del loro uso in agricoltura, nella manutenzione del verde urbano e delle reti di trasporto. 

Luca Fiorin