Al corteo anti-profughi
minacciato chi li ospiterà

Il corteo di protesta contro i rifugiati snodatosi per le strade del centro di Bovolone con fiaccole e sventolio di  tricolori DIENNEFOTO
Il corteo di protesta contro i rifugiati snodatosi per le strade del centro di Bovolone con fiaccole e sventolio di tricolori DIENNEFOTO
Il corteo di protesta contro i rifugiati snodatosi per le strade del centro di Bovolone con fiaccole e sventolio di  tricolori DIENNEFOTO
Il corteo di protesta contro i rifugiati snodatosi per le strade del centro di Bovolone con fiaccole e sventolio di tricolori DIENNEFOTO

Oltre mille manifestanti, fiaccole e tricolore in mano, hanno sfilato lunedì sera a Bovolone sotto le luminarie natalizie del centro, accese quest’anno con due giorni di anticipo, scandendo slogan contro l’annunciato arrivo in città di 50 profughi. Richiedenti asilo che alloggeranno in un’ex azienda agricola di via San Pierino, messa a disposizione dal titolare disposto ad affittarla ad una cooperativa. Mescolati tra la folla c’erano anche il sindaco Emilietto Mirandola ed altri amministratori. Lo slogan «L’Italia agli italiani, Verona ai veronesi» intervallato da insulti e minacce nei confronti di Lino Bason, l’ex assessore proprietario della struttura dove abiteranno i profughi e già preso di mira con scritte offensive sulla rotonda della provinciale, sono stati urlati davanti a casa dell’uomo e poi in piazza.

Nei punti in cui l’illuminazione pubblica era scarsa, ad esempio nella traversa tra via Creari e via San Pierino, a fare luce ci hanno pensato i volontari della Protezione civile, montando un faro alimentato da generatori, mobilitati insieme alla polizia locale impegnata a deviare il traffico per garantire il deflusso in sicurezza del corteo senza rischi per i partecipanti. Consistente anche lo schieramento delle forze dell’ordine: erano presenti i celerini dei carabinieri in assetto anti-sommossa e uomini della polizia stradale. Uno dei tre furgoni dell’Arma è stato parcheggiato a difesa delle vetrine del centro culturale islamico, additato come moschea, in via San Pierino, al momento del passaggio dei manifestanti. Si temevano tensioni e disordini, che fortunatamente non si sono verificati, anche al passaggio del corteo davanti al presidio anti-profughi allestito, sempre in via San Pierino, dagli indipendentisti veneti: gli stessi che, martedì 29 novembre, avevano organizzato una prima manifestazione contro i rifugiati in piazzale Scipioni, sventolando le bandiere della Serenissima al grido di «Veneto libero». Non c’è stato alcun contatto ma alla fine l’invocazione «Par tera par mar San Marco» si è levata al transito del corteo mentre arrivava l’eco di «Italia agli italiani».

Per il resto, i toni contro i «finti profughi» erano gli stessi, compresi gli attacchi personali al proprietario dell’alloggio, Lino Bason. Una settimana fa dal palco improvvisato in centro era partito l’invito degli indipendentisti a togliergli il saluto. L’altra sera, l’ordine lanciato ai manifestanti dal comitato «Verona ai veronesi» era addirittura quello di sputargli addosso se dovessero incontrarlo per la strada. Anche quando il Prefetto è stato nominato nei comizi a fine corteo sono partiti epiteti irripetibili, ma si è trattato di qualche voce isolata. In sette giorni, quindi, il clima si è fatto pesante a Bovolone. E sulle pagine web dei social è partita una caccia al «collaborazionista». Il titolare di un’azienda agricola chiamato a sfalciare l’area antistante la struttura che dovrebbe accogliere i profughi è stato additato come tale e un nordafricano è stato attaccato per un post provocatorio.

Quanto al sindaco Emilietto Mirandola, evocato martedì dagli indipendentisti e fischiato perché assente, lunedì sera ha preso in mano il megafono, tra qualche applauso, quanto il corteo si è radunato davanti al duomo prima di sciogliersi. Ha condannato il fatto che i profughi, dopo il programma di assistenza, vengono lasciati al loro destino sul territorio e lì cominciano i veri problemi. Poi i leader del «comitato spontaneo e apartitico», come si definiscono, hanno preso la parola puntando l’indice sul «business dell’accoglienza» e anche sull’Unione Europea. Per i presenti, invece, parole di ringraziamento perché «hanno abbandonato la calda poltrona per uscire al freddo in strada, dove i problemi vengono risolti». «I giornali non lo scrivono», ha detto un giovane, «ma è solo grazie alle nostre manifestazioni, in tutta la provincia, che i profughi non vengono poi inviati. Andremo avanti così, per questo bisogna essere in tanti», ha concluso il ragazzo prima di salutare tutti ricordando ai manifestanti di restituire le bandiere: «Non abbiamo molti mezzi e ad ogni manifestazione ne manca sempre qualcuna».

Roberto Massagrande

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