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Vajo Borago

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Vajo Borago - Visita a 360°

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Il vajo Borago è un piccolo canyon a nord di Avesa inciso nei calcari dell’Eocene medio-superiore (dai 41 ai 34 milioni di anni fa). Un ambiente ricco di biodiversità che è parte del Fondo Alto Borago, un territorio che si estende sino a Montecchio su oltre 38 ettari di terreno con boschi e prati aridi, muretti a secco e siepi che gli ambientalisti vorrebbero far diventare un parco aggiudicandosi l’asta giudiziaria che si terrà a fine ottobre 2020. Nello specifico, l’Alto Borago è costituito da 16 appezzamenti che ricadono nell’area Siti di interesse comunitario (ora Zone speciali di conservazione) Progno Borago e Vajo Galina. Il vajo è parte di questo singolare territorio e ripercorre il tratto iniziale del sentiero europeo E5, un tracciato tra «covoli» e ripari scavati nelle pareti a picco inserito in un paesaggio naturale tra i più belli della provincia. L’idea dell’associazione di promozione sociale «Il Carpino», che guida la cordata per raggiungere l’offerta necessaria, è di costituire una «proprietà collettiva» affidata ad un comitato scientifico che indicherà ai volontari del Fondo gli interventi necessari per la conservazione dei vari habitat e delle loro specie viventi. Nel vajo, come nella vallate circostanti, sono visibili fondali marini di epoche preistoriche dove è facile rinvenire resti di fossili. L’intera area Alto Borago si caratterizza per la presenza di numerose classificazioni ambientali: bosco ceduo, castagno frutteto, seminativo arboreo, prato, prato arboreo, incolto produttivo e altro. Nelle aree a bosco si ha una predominanza di orno-ostrieto, diffuso nelle Prealpi, con carpino bianco, faggio, roverella, tasso e nocciolo. Molte sono le specie animali che abitano questi luoghi: uccelli, mammiferi, rettili, insetti e farfalle. Restano anche alcuni prati che in passato ospitavano coltivazioni di cereali o erano dedicati al pascolo. Sono i prati aridi dove si incontrano alcune specie di orchidee selvatiche e tra queste l’Himantoglossum adriaticum, Pulsatilla montana e Peonia officinalis. 

 

IL POSTER

Marco Cerpelloni