IL PARROCO. Don Michele De Rossi deve fare i conti con il calo dei fedeli e lo spopolamento

Tante idee per
frenare la fuga
della gioventù

Don Michele De Rossi
Don Michele De Rossi

Don Michele De Rossi è originario di Verona, dove è nato nel 1977. Ordinato sacerdote nel 2013, ha svolto il suo primo ministero sacerdotale nell’Unità pastorale di Ronco, poi a Sant’Ambrogio, tre anni a San Giovanni Lupatoto nelle parrocchie del Buon Pastore e di San Giovanni Battista. Da un anno guida le parrocchie di Menà e Villa d’Adige, verso la costituenda Unità pastorale tra le Valli, con Villa Bartolomea, Carpi, Spinimbecco e Castagnaro. «Villa d'Adige è una frazione di Badia Polesine, della diocesi di Verona e della provincia di Rovigo; Menà è frazione di Castagnaro», spiega. «Villa d’Adige è una comunità piccola e festosa; la gente si ritrova spessissimo sia nelle case che in parrocchia, manifestando il desiderio di stare insieme. Ha avuto personalità importanti, pittori e scultori e ha sofferto per le migrazioni in Sudamerica. Ma qui sono state anche create, negli anni ’70, le prime “biciclette pazze” utilizzate nelle sfilate di Carnevale. La creatività e la goliardia sono le caratteristiche dei due paesi. Attualmente resta il grande pittore Andrea Crivellente, in arte Baloca». La popolazione ha sempre vissuto d’agricoltura ma la trasformazione tecnologica nelle campagne ha costretto la gente a cercarsi un lavoro lontano da casa. «Anche la gioventù è in fuga», ricorda il parroco, «negli ultimi vent’anni tanti se ne sono andati, in cerca di lavoro e per altri motivi. Perciò il paese è in velocissimo invecchiamento». Anche a Menà c’è stato un grande spopolamento: «Molti si spostano a Villa Bartolomea, a Legnago o addirittura a Verona, nonostante la presenza di varie industrie del legno e le attività di movimentazione terra. L’agricoltura non attira più...». Dal punto di vista pastorale che giudizio dà delle comunità? «Sono parrocchie vivaci, ma risentono dei tempi: la gioventù non esce più di casa, le famiglie sono rinchiuse non solo nel senso relazionale. Le relazioni ferite provocano chiusura e diffidenza, speriamo nell’educazione delle famiglie, unica alternativa per l’apertura al mondo. Ora le piazze sono degli stranieri, non sono più frequentate dai ragazzi locali». Don Michele sta tentando una serie di iniziative: ad esempio il «Sabato In» con le famiglie «creando un momento di conoscenza e condivisione. Le nuove famiglie arrivate in paese manifestano desiderio di stare insieme. Per me solo l’insegnamento intra familiare può rendere aperto il paese alla fiducia, per una rinascita di queste comunità». Quanti sono i praticanti? «Orientativamente siamo sui 200-300 persone. Alcuni, però, frequentano altre chiese come i devoti di Lendinara. Avendo molte “ferite relazionali”, molti si allontanano e creano diffidenza: quando uno non è in pace con se stesso e non è in pace con il fratello che gli è vicino, non è in pace con nessuno, neanche con Dio. E quindi ci si richiude in piccole tane che, a lungo andare, diventano asfittiche». Come svolgete la catechesi? «Siamo in una fase un po’ delicata nel senso che stiamo mettendo in opera l’Unità pastorale con Villa Bartolomea, Carpi, Spinimbecco, Castagnaro. Sono qui da un anno e non ho fatto grandi spostamenti, se non logistici della catechesi. Sviluppiamo quanto è già avviato, ma nello stesso tempo, cerchiamo di dare dei fondamenti abbastanza solidi». Quanti sono i ragazzi del catechismo? «Demograficamente c’è stato un crollo delle nascite: mediamente, tra Menà e Villa d’Adige, abbiamo una decina di ragazzi per annata di catechismo. Quello per le elementari si fa il sabato pomeriggio, un’oretta e mezza: per le medie si fa sempre il sabato, ma i ragazzi di terza si incontrano il venerdì pomeriggio. Stiamo sfruttando i due ambienti cercando di caratterizzarli: a Villa d’Adige si trovano i ragazzi delle elementari, a Menà quelli delle medie. La prima Confessione si fa in terza elementare, la prima Comunione è in quarta, la Cresima in terza media. Ma ci sono difformità: su sei parrocchie abbiamo quattro modelli catechistici diversi». Non ci sono solo i ragazzi. Per i giovani e gli adulti cosa avete messo in atto? «Durante l’anno per gli adolescenti facciamo il percorso ordinario di formazione e proposte con cene, uscite, biciclettate, pizzate e attività aggregative. Da quest’anno abbiamo iniziato da abbinare alle catechiste gli adolescenti disponibili. Questo vale per Villa d’Adige e Menà. Per i giovani e gli adulti proponiamo il percorso delle “Dieci parole”, che si tiene in tante parrocchie e in 60 diocesi d’Italia. Offriamo anche il percorso della “Riconciliazione del cuore” per vivere con se stessi, con gli altri e con Dio. E poi abbiamo la “Scuola di preghiera” portata avanti da persone sposate che condividono un percorso già strutturato». Durante l’estate organizzate qualche iniziativa? «Noi abbiamo la tradizione dei bellissimi Grest nelle due comunità. Poi ci sono le sagre che tengono legate le comunità. Dieci giorni dopo la fine della scuola c’è il Grest a Menà; dura tre settimane, solo al pomeriggio. Segue poi la Sagra di Villa d’Adige (San Costanzo) e continua con la Sagra di Menà (Sant’Anna). L’estate si chiude con il Grest di Villa d’Adige, che raduna i ragazzi prima dell’inizio della scuola ed è trampolino per il catechismo. Al Grest gli animatori sono i nostri adolescenti». Qual è la sua opinione sulla presenza del Circolo Noi nelle parrocchie? «È fondamentale per l’organizzazione e il coordinamento delle attività ludiche e ricreative nei due paesi. Mentre una volta era il prete che doveva organizzare, fare le riunioni, badare ai gruppi, adesso i Circoli Noi sono chiamati, per la loro stessa vocazione, a coordinare queste attività. Ed è fondamentale anche nella prospettiva dell’Unità pastorale: quando il sacerdote non risiederà più nella parrocchia, se non sarà il Circolo Noi a coordinare le riunioni e le attività, chi si sobbarcherà questi impegni?». • G.B.M.

G.B.M.

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