IL PARROCO. Don Giuseppe Tosoni ricorda la collaborazione con i volontari e il valore della fede

«Presenza significativa
Il Circolo serve a tutti»

Una serata dedicata al gioco della tombola
Una serata dedicata al gioco della tombola

Don Giuseppe Tosoni è originario di Valeggio, dove è nato il 19 ottobre 1946. Ordinato sacerdote nel 1981, è stato inviato come curato in città, nella parrocchia di San Giuseppe fuori le Mura. Dopo un anno è stato mandato a Santo Stefano e in seguito a Peschiera. Nel 1993 è stato nominato parroco a Quaderni. Suo predecessore era stato don Primo Benettoni che, attualmente, è residente a Cellore. Dal 2010 guida le parrocchie di Erbè, Pontepossero e Sorgà. Con poche ma puntuali osservazioni illustra la realtà pastorale che gli è affidata. «Le tre parrocchie insistono su territori bonificati dai Benedettini nel Medioevo e gli abitanti ancora ne vivono, in gran parte, la dimensione agricola. È gente buona e semplice, con alle spalle una tradizione di sacerdoti significativi e generosi. Queste parrocchie rispecchiano la situazione della chiesa di oggi, che ha la necessità di mantenere un punto di riferimento di fede, di tradizione e personale, che costa e che impegna; la situazione attuale domanda ancora di più questa capacità di mantenere i valori, per dare un segno di comunità che cammina. «Le parrocchie di Erbè, Pontepossero e Sorgà», spiega don Giuseppe, «fanno parte dell’Unità pastorale di Isola della Scala e, una volta al mese, noi preti ci incontriamo per valutare l’operatività, con particolare attenzione alla messa domenicale che coinvolge chi guida la liturgia, chi prepara i canti, chi fa il lettore». E poi c’è la quotidianità del ministero, «di noi chiesa veronese con tutto il suo impianto pastorale», ricorda il parroco. «È la vita quotidiana che si sostanzia nello star vicino alla gente. Certo, i tempi sono cambiati, sono ridotti e le corse bisogna farle perché il numero dei sacerdoti è diminuito. In sostanza, però, l’azione sacramentale viene sempre garantita, ma per tutto il resto è la gente che deve imparare a stare insieme ritagliandosi un po’ di tempo tra i mille impegni della vita quotidiana. E compito nostro di chiesa e anche dei collaboratori è la testimonianza, quello di avvicinarsi a loro, mantenersi in contatto. È chiaro che non sempre è tutto semplice; anche lì bisogna correre. La gente vede il sottoscritto nella ordinarietà degli eventi necessari; poi, se lo vogliono vedere in altri ambiti, se lo devono venire a cercare dando appuntamenti perché questa è la situazione e tutti la conoscono». Per la catechesi si notano nelle parrocchie le modalità più diverse. Voi come vi comportate? «Abbiamo, naturalmente, anche un’attività catechistica ben organizzata», spiega don Tosoni. «Il nostro incontro fisso, ordinario, è di un’ora al giovedì pomeriggio: è stato scelto di concerto con le famiglie ed è quello più adatto tra i mille impegni dei loro ragazzi. Da qualche anno, però, abbiamo avviato il tentativo di coinvolgere le famiglie invitandole a vivere la loro esperienza di fede e a trasmetterla ai figli; quindi, in un certo senso, a diventare catechisti. «L’idea è stata lanciata e ci sono stati incontri con i genitori», ricorda il parroco. «Qualche anno fa in genere li vedevamo ogni mese e mezzo... Però anche in questo caso si sono manifestati dei limiti perché spesso sono più i nonni che i genitori ad accompagnare i bambini. Basterebbe il traino settimanale della partecipazione alla messa domenicale. «Purtroppo noto che c’è una partecipazione anziana ai riti e alle celebrazioni. Per i genitori organizziamo degli incontri, cerchiamo di spingere. Io ho puntato sulle famiglie dicendo loro: ma la fede la vivete? Come fa un papà o una mamma a non sapere le parole della fede, dell’esperienza di fede? «Dovrebbe essere una cosa naturalissima... Ma loro pensano che per questo impegno bisogna avere una professionalità. Ma il Vangelo, dato dai gesti, dalla vicinanza e, soprattutto, dalla partecipazione all’Eucarestia è semplice. Stranamente invece si vedono dei vuoti», aggiunge il parroco. «È chiaro che la prima responsabilità immediata a loro viene dal loro matrimonio, dal fatto che sono papà e mamme e dal fatto che negli anni i pastori hanno cercato di coinvolgere tutta la comunità. «La settimana prossima ci sarà l’assemblea generale dei ragazzi e ripartiremo. È vero che poi ci sarà la scadenza sacramentale, che è quella che preoccupa di più. Sembra, però, che tutto si riduca a Confessione, Comunione e Cresima che sono, sì, i capisaldi; ma spesso intervengono altre preoccupazioni non certo frutto della coscienza del valore sacramentale di questi eventi. Questi fenomeni non ci devono spaventare, dobbiamo vivere con serenità e anche con speranza per un futuro migliore». Per quanto riguarda la pratica religiosa... «Siamo nella media delle statistiche nazionali e diocesana. Siamo nell’ordine del 15-20%. Ma per farsi anche una formazione cristiana basterebbe leggere “Avvenire“ dove ci sono grandi servizi formativi ed educativi in ogni settore della vita. Da quelle pagine, attraverso i vari messaggi, traspare il respiro della Chiesa». E che dice della presenza del circolo Noi nella parrocchia? «È una presenza significativa perché c’è una corresponsabilità, una vicinanza di ideali. Questa presenza non può che far piacere, almeno per come la vedo io. Così vale anche per le famiglie: sono occasioni che creano comunicazione, devono aggregare. Bisogna trovare i modi per incontrarsi, ascoltare, aiutarsi. Tutto questo richiede tempo e sacrificio e rispetto reciproco. Nella continuità si cercherà di migliorare. Sappiamo quali sono le finalità e sappiamo quali sono le possibilità reali, strutturali, di tempo disponibile. Bisogna tenere i rapporti con le altre associazioni, con il Comune e con le famiglie in modo che sentano che quello del Circolo è un servizio fatto anche per loro. Quanto si fa serve a tutti. Io sono fiducioso da questo punto di vista, e sono rispettoso dell’ambito laicale: il parroco non deve essere estraneo, ma non deve neppure sostituirsi al direttivo». • G.B.M.

G.B.M.

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