I PROTAGONISTI Continua il viaggio tra gli imprenditori locali che sostengono l’iniziativa

«Spettacoli e cultura hanno sofferto troppo. Adesso tocca a noi»

Denis Faccioli, Ceo di Tecres
Denis Faccioli, Ceo di Tecres

«Sostenere una realtà importante come l'Arena significa sostenere il benessere della società». Denis Faccioli è il Ceo di Tecres, azienda di Sommacampagna leader nelle tecnologie biomediche e specializzata nello sviluppo di cementi e sostituti ossei: «Sono convinto», spiega, «che vada curata e valorizzata anche la salute dell'anima delle persone: l'arte e la cultura assolvono a questa funzione».Per questo motivo Faccioli ha deciso di supportare il progetto «67 colonne» a sostegno della Fondazione Arena, nato in collaborazione con il gruppo Athesis con l'obiettivo di coinvolgere imprese, associazioni e privati in una sorta di abbraccio ideale con il monumento cittadino più famoso. L'iniziativa permette infatti di adottare idealmente una colonna o anche un singolo mattone, per sentirsi parte di un piano che vuole rilanciare l'immagine dell'anfiteatro e della sua produzione duramente colpiti dal blocco degli spettacoli per il Covid. Perché far ripartire l'Arena significa dare fiato a cultura, turismo, ristorazione, indotto che tradotto significa migliaia di posti di lavoro.

Perché in un momento così delicato e incerto ha deciso di sostenere il progetto «67 colonne»?

Gli spettacoli e la cultura hanno sofferto più di altri in questi mesi di pandemia. Sono convinto che il ruolo dell'imprenditore, alla guida di un'azienda che come la nostra fortunatamente sta andando bene, sia anche quello di volgere lo sguardo verso il territorio in cui si trova. L'impresa crea lavoro, investimenti, ed è per questo un elemento fondamentale nell'economia. Ma deve fare anche altro: restituire risorse al territorio nel quale nasce e si sviluppa significa anche sostenere il patrimonio ereditato, come ad esempio l'Arena, vuol dire supportare la cultura che genera a sua volta benessere, l'arte che stimola la creatività. In questo modo si crea ricchezza in termini sociali, si alimentano valori che poi permettono alle aziende stesse di funzionare meglio.

Parla di valori, che in Tecres sono molti importanti. Come si sposano con questo progetto?

I nostri valori sono cinque: senso di appartenenza, passione, rispetto, equilibrio e disponibilità al cambiamento. E sono convinto che ci siano dei parallelismi con il progetto "67 Colonne": senso di appartenenza significa anche mantenere un solido legame con il territorio e restare fedeli alla città nella quale siamo nati, nonostante oggi Tecres sia presente in 70 Paesi del mondo. La passione è quella che percepiamo in un'opera d'arte, nella musica, anche in quella lirica. Per noi è poi fondamentale il rispetto, che si lega alla responsabilità di tutelare e valorizzare il patrimonio che abbiamo ereditato. C'è l'equilibrio, tra arte e la scienza: penso a Leonardo Da Vinci e alla sua capacità straordinaria di coniugare questi due mondi e sono convinto che il nostro Paese dovrebbe valorizzare di più l'arte, che rischia altrimenti di andare persa. Infine, la disponibilità al cambiamento: un valore che collego alla capacità di saper cogliere quel che c'è di nuovo e in questo senso l'arte è ispirante, sviluppa la creatività.

Progetti come quello delle "67 Colonne" sfruttano gli incentivi previsti dall'Art Bonus. Lo trova un valido strumento?

Trovo bello e stimolante che a un imprenditore sia data la possibilità di riportare nel suo territorio una parte delle risorse: è una forma democratica che permette di indirizzare investimenti su iniziative che hanno ricadute nella comunità. E poi la trovo un buon esperimento di collaborazione tra pubblico e privato a supporto del nostro patrimonio culturale e artistico: in Italia ce n'è bisogno.

Con la sua azienda ha portato Verona nel mondo. Come è vista oggi all'estero la nostra città?

Da tempo Tecres organizza quattro volte all'anno dei congressi e porta in Italia centinaia e centinaia di medici da tutto il mondo. Lo facciamo qui, a Verona, e non a Venezia o a Roma o in città più conosciute all'estero, non solo perché ci piace mostrare la nostra azienda ma perché crediamo nella bellezza della nostra città. Non avvertiamo alcun senso di inferiorità rispetto ad altre capitali magari più note nel mondo. E ci rendiamo conto di aver fatto la scelta giusta ogni volta che vediamo l'entusiasmo negli occhi di questi professionisti, arrivati dagli Stati Uniti o dall'Estremo Oriente: restano colpiti dalle nostre bellezze e poi vogliono tornarci. All'estero tutti sono affascinati dal brand Italia, che è molto forte: purtroppo sono meno noti il valore e la bellezza di Verona.

Quest'anno di pandemia come è andato?

A livello di gruppo l'ultimo anno è andato bene: abbiamo mantenuto i livelli raggiunti nel 2019 grazie a una grande diversificazione territoriale. Il nostro settore, quello della chirurgia elettiva legata alle protesi all'anca e al ginocchio, ha sofferto perché l'emergenza sanitaria ha rinviato tutti quegli interventi non d'urgenza. Fortunatamente le protesi antibiotate, che sono invece legate a interventi d'urgenza, hanno registrato un trend di crescita. Abbiamo poi assistito a una differenziazione geografica: l'Europa ha segnato un calo, non gli Stati Uniti dove il lockdown è stato meno rigido. In Estremo Oriente poi, dopo le chiusure totali nei primi due mesi del 2020, il mercato è cresciuto.

Cosa ci hanno insegnati questi quindici mesi?

Credo che la pandemia ci abbia ancora una volta insegnato l'importanza di avere una visione sul lungo termine: mi riferisco soprattutto a chi governa il Paese e che fino ad oggi ha sempre cercato il consenso sul breve termine. È necessario invece individuare i settori strategici per la crescita e lo sviluppo del Paese e investire su quelli. E credo che l'arte e la cultura possano aiutare tutta la società ad alzare lo sguardo, ad avere una visione più alta.

Francesca Lorandi

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