I protagonisti

La Fondazione mi rimane nel cuore. Non va lasciata sola

Giovanni Zenatello, titolare dell'hotel Accademia
Giovanni Zenatello, titolare dell'hotel Accademia
Giovanni Zenatello, titolare dell'hotel Accademia
Giovanni Zenatello, titolare dell'hotel Accademia

Quando si porta il nome di colui che fu l'ideatore del festival lirico, il legame con l'Arena non può che essere fortissimo. Ma per Giovanni Zenatello non è solo una questione di sangue: oltre a guidare l'hotel Accademia di via Scala, ereditato dal padre Onofrio, l'imprenditore è stato anche amministratore dell'ente lirico quando era sovrintendente Gianfrando de Bosio e successivamente con Renzo Giacchieri, quando l'ente era diventato Fondazione Arena.

E quindi, cosa rappresenta l'Arena e la sua Fondazione?

Tantissimo, considerando quello che significa anche a livello di indotto per la città. Per questo dobbiamo essere riconoscenti a quanto viene fatto dalla Fondazione, e mi ha fatto grande piacere vedere che hanno aderito al progetto delle 67 Colonne imprenditori che appartengono ai comparti più diversi.

Perché ha deciso di supportare questa iniziativa?

Ho un legame molto forte con l'Arena sia come albergatore storico della città sia per i due mandati che ho fatto all'ente lirico prima e nella Fondazione poi. Vedere come la Verona produttiva fosse poco vicina a questa realtà è sempre stato un mio cruccio. Prima di questo progetto sia da parte dei cittadini che degli imprenditori vedevo pochi segni concreti di affezione. Io ho cercato per anni di spendermi - nei diversi ruoli che ho ricoperto anche nelle associazioni di categoria - per cercare di avvicinare la città alla sua Fondazione: per questo il progetto delle 67 Colonne assume un significato particolare. È come il risultato di un percorso iniziato anni fa.

Cosa le dà più soddisfazione?

Vedere testimonial importanti, come Gian Luca Rana e Sandro Veronesi, sponsor e centinaia di aziende aderire con entusiasmo. Lo trovo un risultato eccezionale che spero cresca nel tempo.

Forse solo adesso i tempi sono maturi per una collaborazione tra pubblico e privato che abbia come obiettivo la salvaguardia e il supporto della Fondazione e, quindi, dell'Arena.

Io ho vissuto in prima persona il passaggio da ente lirico pubblico a fondazione lirica di diritto privato: tuttavia anche dopo questa trasformazione, l'Arena ha continuato ad essere percepita da gran parte dei veronesi come un ente pubblico. E quando un ente è pubblico l'idea è che ci pensi lo Stato. Credo che questo sia un tema che la Fondazione debba affrontare nel prossimo decennio: noi siamo una fondazione atipica rispetto alle altre, facciamo incassi di biglietteria straordinari, sebbene servano anche contributi pubblici, oltre che quelli privati. Per questo il progetto delle 67 Colonne assume un significato importante, perché permette di sostenere in parte le esigenze di bilancio.

C'è anche una questione «di sangue» che rende ancora più forte questo suo legame con l'Arena.

Io porto il nome di un grande personaggio, Giovanni Zenatello, tenore che fu anche ideatore della stagione areniana nel 1913: quell'anno, a Verona, è come se fossero sbarcati i marziani. Lui era nato a fine Ottocento da una famiglia che gestiva una panetteria e aveva il sogno di diventare cantante: con una valigia di cartone andò a Milano in cerca di fortuna e, dopo anni difficile, venne scritturato da Arturo Toscanini per la Scala. La sua carriera proseguì poi negli Stati Uniti dove divenne un divo internazionale. Ma il suo amore per Verona era fortissimo e voleva restituire alla sua città la fortuna che la sua vita gli aveva regalato.

E cosa fece?

In uno dei suoi viaggi di ritorno a Verona, era seduto in un caffè in piazza Bra con il mezzosoprano spagnolo Maria Gay, che rimase sua compagna per tutta la vita, con i maestri Tullio Serafin e Ferruccio Cusinati e un loro amico, Ottone Rovato. Il mio prozio alzò gli occhi verso l'Arena e disse: «Ecco il gran teatro che cerco da tanto tempo. Basterebbe soltanto che avesse una buona acustica. Perché non andiamo subito a provare le voci?». Lo fecero. Meno di due mesi dopo, mise in scena la prima opera.

E chi entrò in Arena, per quella Prima?

Voleva che potessero assistere all'opera coloro che non avevano mai potuto vedere uno spettacolo simile a teatro: quindi al popolo, che non aveva possibilità economiche. Per la prima arrivarono in Arena 20mila persone, alcune con la barca attraverso l'Adige, altri coi carretti trainati dai buoi fino in piazza Bra.

E oggi, qual è il pubblico dell'Arena, quello che vede dal suo hotel?

C'è un mondo fatto di melomani attratto dagli spettacoli del nostro festival lirico: clienti che arrivano da Giappone, Australia, Usa, dai Paesi più lontani. Personalmente sono convinto che nel futuro la fortuna della Fondazione Arena starà nella sua tradizione, che non va abbandonata. Se fra cinquant'anni resterà l'unico teatro al mondo con scenografie, comparse e cavalli, questa sarà la nostra prerogativa e unicità, che non dobbiamo perdere. 

Francesca Lorandi