I PROTAGONISTI

«L’Arena è meraviglia. Non dimentichiamoci del nostro territorio»

Il Gruppo Riello sostiene il progetto delle «67 Colonne» con Athesis. «Non è solo momenti di spettacolo ma è come una grande industria»
Cultura e impresa Pilade Riello, fondatore del Gruppo Riello
Cultura e impresa Pilade Riello, fondatore del Gruppo Riello
Cultura e impresa Pilade Riello, fondatore del Gruppo Riello
Cultura e impresa Pilade Riello, fondatore del Gruppo Riello

Per l'Arena serve uno sforzo collettivo, di tutta la città, perché l'anfiteatro con la sua produzione non è solo il simbolo di Verona, teatro di spettacoli che richiamano appassionati da tutto il mondo: l'Arena è uno dei maggiori motori economici del territorio che garantisce benefici, «utili», a tutti. Per questo dovrebbe essere impegno di ciascuno sostenerla. Ne è convinto Pilade Riello, che non ci ha pensato due volte ad aderire all'iniziativa «67 colonne», promossa da Fondazione Arena e Gruppo Athesis, un progetto per il rilancio economico con la valorizzazione del patrimonio culturale. L'imprenditore, che ha portato il Gruppo Riello nel mondo, la città la osserva ogni giorno dall'alto. Vent'anni fa ha scelto di vivere sulle Torricelle, a Villa La Casarina, dal cognome del pittore Pino Casarini, che vi abitò. Da questo belvedere lo sguardo spazia su Verona, seguendo l'intero percorso del fiume: uno spettacolo incomparabile, che per due autunni, sul finire dell'Ottocento, allietò anche Giosuè Carducci. La Casarina è tuttora circondata da ulivi secolari, fiori, aiuole, fontane, sculture e terrazzamenti curati: il «buen retiro» di questo imprenditore che ha segnato l'economia veronese. E che continua a sostenerla.

Cosa la spinge a farlo?
Penso che non dovrebbero essere solo gli imprenditori a supportare l'Arena: anche tutti coloro che traggono guadagno dall'attività della Fondazione. Non si tratta solo di fare squadra intorno a questo patrimonio della città per il suo valore artistico e culturale. C'è molto di più: l'Arena è un elemento di grande spettacolo ma è anche un'industria di Verona, non è una realtà a sé stante ma appartiene alla città e genera utili per tutto il territorio. Quindi tutti devono darsi da fare: è giusto che l'impegno sia collettivo e spero che l'iniziativa delle 67 Colonne continui anche nei prossimi anni, con una elevata partecipazione. Sa cosa mi diceva il conte Piero Arvedi, l'ex presidente dell'Hellas Verona?

Che cosa le diceva?
Che i veronesi vogliono tanto dal calcio, ma al calcio non danno nulla. La stessa cosa accade con l'Arena, che è un grande motore economico, uno dei maggiori di Verona: ma i veronesi sono asettici rispetto a questo problema, e a me questa cosa fa male fisicamente.

Eppure si è sempre dato da fare per spingere verso questo impegno collettivo.
Eccome. Nella mia lunga storia di presidente degli industriali questo impegno è stato fondamentale. Ma c'è anche un problema di mentalità.

In che senso?
Intendiamoci, non riguarda solo gli imprenditori veronesi ma, in generale, tutti. Sono spesso chiusi nella loro azienda e non hanno capito che l'azienda inizia al di là del cancello, nella comunità che la ospita. L'impresa è come una pianta innestata nel territorio, i suoi rami vanno oltre il recinto, i suoi frutti devono cadere ben più in là. Lo si vede anche dall'approccio verso i clienti: sono tanti gli imprenditori che li aspettano sulla porta quando invece bisogna buttarsi. In questo senso non vedo molti cambiamenti rispetto al passato.

E secondo lei qual è il motivo?
Per quanto riguarda Verona, credo sia un atteggiamento che affonda nelle radici nella nostra storia. Questo non è mai stato un centro imprenditoriale nel vero senso della parola, ci siamo arrivati tardi: risentiamo ancora di una cultura contadina. I bresciani e i bergamaschi sono molto più bravi nel lavorare in gruppo. Verona resta agricola, altro termine non mi viene. Non avverto grandi aliti, trionfa la paura del vicino.

Lei invece per questo territorio, andando anche ben più in là dei confini veronesi, ha fatto tanto, e non solo dal punto di vista imprenditoriale. Diciamo che, in diversi modi, ha voluto prendersi cura della comunità.
Se fai fortuna, non è solamente merito tuo. Perciò non puoi e non devi mai dimenticarti del territorio in cui operi. La dimensione sociale è sempre stata fondamentale. Ereditai da Mario Formenton la Fondazione Cuoa, due stanzette in tutto, a Padova. Ho l'orgoglio di averla trasformata in una business school internazionale nella villa Valmarana Morosini di Altavilla Vicentina, perché, a mano a mano che il mondo accelera, aumenta la necessità della formazione. E per vent'anni, fin dalla sua costituzione, sono stato presidente della Fondazione per l'incremento dei trapianti d'organo e del Consorzio scientifico per la ricerca sul trapianto di organi, tessuti, cellule e sulla medicina rigenerativa.

Fino a vent'anni fa abitava in via Spaltin Alto, a due passi dal primo stabilimento Riello di Porto di Legnago. Oggi l'Adige lo vede passare sotto ponte Pietra, dalla sua villa sulle Torricelle. Quanto si sente legato a questa città?
In verità non mi sono mai fermato, ho trascorso la mia vita in giro per il mondo, non mi sento legato a un posto in particolare. Questa casa, che confina con il santuario della Madonna di Lourdes, è in un certo senso il premio dopo tanti anni di lavoro molto intenso. Ma non solo per me: anche per mia moglie. Sa, mi è stata sempre vicino e ha fatto crescere quattro bravi figli, Pierantonio, Andrea, Giuseppe e Nicola.

Andiamo indietro nel tempo. Un suo ricordo dell'Arena, che le è rimasto nel cuore?
Più che una serata in particolare, ho nel cuore e nei ricordi lo spettacolo rappresentato dall'Arena stessa. Io ho iniziato ad andarci da giovane, con mio padre Giuseppe, che aveva fondato il Gruppo Riello con i miei zii Pilade e Raffaele. Papà era un grande appassionato di Arena. E questo anfiteatro continuò ad affascinarmi anche negli anni successivi. Ricordo ad esempio che da ragazzo, come presidente dei Giovani imprenditori di Verona, carica che ricoprii per dieci anni, avevo la fortuna di andarci molto spesso. Che spettacolo entrare in Arena, che meraviglia: è questo ciò che mi ha sempre colpito. .

Francesca Lorandi

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