«L’Arena è di tutti. Bello fare squadra tra noi imprenditori»

Una famiglia in azienda Quattro generazioni di Tommasi lavorano fianco a fiancoIn prima fila Dario Tommasi, presidente dell’azienda
Una famiglia in azienda Quattro generazioni di Tommasi lavorano fianco a fiancoIn prima fila Dario Tommasi, presidente dell’azienda
Una famiglia in azienda Quattro generazioni di Tommasi lavorano fianco a fiancoIn prima fila Dario Tommasi, presidente dell’azienda
Una famiglia in azienda Quattro generazioni di Tommasi lavorano fianco a fiancoIn prima fila Dario Tommasi, presidente dell’azienda

Quando era ragazzino e viveva in campagna Dario Tommasi guardava con ammirazione a coloro che, belli ed eleganti, entravano in Arena per assistere all’Opera. Oggi che è presidente di Tommasi Family Estates, non solo è diventato un amante del Festival lirico, ma attraverso il progetto «67 Colonne» ha voluto supportare l’anfiteatro simbolo della città. Un impegno per l’arte e la cultura che la sua azienda ha saputo negli anni declinare in diversi modi, con numerosi progetti.

Quali motivi hanno spinto Tommasi Family Estates a supportare il progetto «67 Colonne»?

L’Arena rappresenta un patrimonio che tutto il mondo conosce e ci invidia. È un simbolo della nostra città, con l’opera rappresenta un’attrattiva artistica e culturale che ci rende riconoscibili ovunque, costituendo un volano per l’intera nostra economia. Per questo sostenere l’Arena è prima di tutto un dovere morale. Ed è una soddisfazione vedere come si sia creata una squadra di imprenditori uniti da questo grande obiettivo: salvaguardare questo patrimonio che rende Verona una città davvero internazionale.

Siete presenti in tutta Italia, ma il cuore è qui, a Verona. Cosa significa per un’azienda essere veronese?

Negli anni Tommasi Family Estates si è sviluppata in cinque regioni vinicole italiane: siamo una famiglia di imprenditori guidati dalla volontà di crescere ma anche dall’ambizione, caratteristiche che ci hanno fatto intraprendere un “viaggio” nel nostro Paese dove abbiamo investito in territori vitivinicoli vocati. Tuttavia c’è un forte senso di appartenenza che ci tiene legati alla nostra città d’origine, alla sua bellezza, ai suoi simboli. L’Arena, il balcone di Giulietta, l’Amarone rappresentano tutti driver della nostra identità. Ma non c’è solo questo: ci riconosciamo nell’intraprendenza che caratterizza il nostro territorio, nella grinta, nell’abnegazione, anche nell’umiltà che è radicata nelle nostre origini contadine. Altrove, in altre regioni, le aziende vitivinicole hanno invece alle spalle una storia che nasce spesso in ambienti nobili e aristocratici. Ecco, io credo che questo forte, viscerale legame con la terra che caratterizza noi veronesi sia un valore aggiunto riconosciuto e apprezzato anche all’estero.

Siete presenti anche nei mercati stranieri: quando vi interfacciate con i vostri stakeholder all’estero, avete l’impressione che Verona sia conosciuta, apprezzata e valorizzata?

Meno di quanto dovrebbe o potrebbe. Prendiamo come esempio Venezia, che all’estero è decisamente più conosciuta di Verona. Quando incontro i clienti stranieri, oltre a sottolineare che la nostra città si trova solo a un’ora d’auto da Venezia, spiego loro che noi abbiamo molto di più da offrire: storia, arte, cultura, un meraviglioso centro storico ma anche la montagna, il lago, le colline vitivinicole, i parchi. Il nostro problema forse è la mancanza di un’offerta chiara, che può nascere solo dalla capacità di fare sistema. Ecco che, a questo proposito, il progetto delle «67 Colonne» è un bell’esempio di un’operazione di successo in grado di unire imprenditori di settori diversi, che hanno saputo fare rete.

Se guarda al passato quali sono i ricordi che più la legano all’Arena?

Io provengo da una famiglia contadina, le origini sono a Pedemonte, in Valpolicella Classica. Quelle rare volte che, da ragazzino, venivo in città d’estate, restavo affascinato dalle persone benestanti che, vestite con eleganza, entravano in Arena per assistere all’opera. Mi sembrava un mondo irraggiungibile. E invece dopo alcuni anni non solo ho potuto assistere anche io alla meraviglia di quegli spettacoli, ma ho anche cenato dentro l’Arena, alcuni anni fa in occasione dell’inaugurazione del Vinitaly. E ora ho anche la possibilità di supportare questo nostro patrimonio, simbolo di Verona nel mondo.

Questo progetto è nato proprio per tutelare e supportare un simbolo, artistico e culturale, della nostra città. Crede che le imprese dovrebbero intervenire direttamente, affiancando lo Stato, nella cura di questo patrimonio così diffuso nel nostro Paese?

Arte e cultura sono driver del turismo e quindi dell’economia del nostro Paese. Purtroppo lo Stato ha tempi molto lunghi legati alla burocrazia: progetti come questo, tanto più se supportati fiscalmente da strumenti quali l’Art bonus, hanno il vantaggio di essere ben definiti e realizzabili in tempi brevi. Quindi ben vengano. Sostenere iniziative legate all’arte e alla cultura fa parte del processo di sviluppo della nostra azienda ed è una strada che abbiamo deciso di intraprendere diversi anni fa, con diversi progetti.

Ad esempio con il progetto De Buris. Di cosa si tratta esattamente?

De Buris è il nostro progetto legato al mondo del lusso. Nasce dalla volontà di ricordare il Tempo come concetto centrale del progetto vinicolo e culturale legato al De Buris Amarone Riserva, perla enoica della famiglia Tommasi e per trasmettere l’impegno a sostegno della ricerca, della visibilità e del talento artistico delle giovani generazioni. Il progetto non è solo legato al vino, ma anche a Villa De Buris, appunto, che trova a San Pietro in Cariano ed è la villa veneta più antica presente in Valpolicella. Siamo partiti da Verona nel 1997 e in pochi anni abbiamo fatto acquisizioni che ci hanno portato in Oltrepò Lombardia, in Toscana a Montalcino e in Maremma e a sud in Basilicata e in Puglia; siamo tornati alle nostre origini, alla Valpolicella Classica con questo progetto. Nel 2000 abbiamo acquistato il vigneto La Groletta e questa villa all’interno della quale, oltre ad affreschi originali del 1400, abbiamo una cantina e una bottaia di affinamento. Qui abbiamo concepito un nostro progetto presentato per la prima volta nel 2018, l’Amarone Riserva De Buris. Ad ogni annata vogliamo abbinare una iniziativa culturale. Quest’anno, a ottobre, saremo main sponsor di Art Verona e istituiremo un premio per l’occasione, che avrà il nome di questa nostra etichetta. Ma il progetto non è finito, perché c’è un piano di ristrutturazione della villa, e un progetto molto articolato che la riguarda.

Un modo per restituire al territorio ciò che vi ha dato. È anche questa una declinazione del concetto di sostenibilità?

Per noi la sostenibilità passa non solo attraverso la vigna, la cura dell’ambiente e il risparmio delle risorse energetiche in cantina, ma anche da persone e cultura. Nel 2022 festeggeremo i 120 anni dell’azienda anche con un piano strategico integrato di sostenibilità, molto ampio. Lo stesso progetto “67 Colonne” rientra in quest’ambito: ci permette di lasciare alle prossime generazioni non solo un ambiente più pulito ma anche un importante patrimonio artistico e culturale. 

Francesca Lorandi

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