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Accumoli, estratto
vivo dalle macerie
offre vino ai salvatori

di Alberto Orsini
Un uomo salvato ad Accumoli dai soccorritori
Un uomo salvato ad Accumoli dai soccorritori
Un uomo salvato ad Accumoli dai soccorritori
Un uomo salvato ad Accumoli dai soccorritori

Alberto Orsini

ACCUMOLI

«Non riesco a credere di essere scampato a questa tragedia in mezzo al mio materasso. Voi siete i miei salvatori, spero che in futuro, quando l’emergenza sarà finita, possiate bere vino con me nella mia tenuta a Frascati». Sono state queste le prime parole di Luciano Peri, 65 anni, uno dei superstiti di Accumoli, una volta riemerso dalle macerie della sua abitazione che lo avevano sepolto vivo.

«Si è salvato per miracolo ed era così grato che ci ha invitato a bere con lui», racconta il capo squadra del Corpo nazionale soccorso alpino dell’Umbria Mauro Guiducci. Il salvataggio di Peri è avvenuto in condizioni davvero miracolose. «Al momento della scossa era a letto, nel movimento tellurico il materasso gli si è richiuso addosso come un libro e lo ha protetto da tutti i lati», racconta il soccorritore. «Quando lo abbiamo ritrovato vivo non volevamo crederci, lastroni di marmo lo avevano centrato senza ferirlo». Ma ieri Guiducci e i suoi hanno collaborato anche alla triste scoperta dei corpi senza vita della famiglia Tuccio, coniugi e due figli piccoli. Spiega Guiducci: «Abbiamo svolto il nostro lavoro pure nei terremoti dell’Umbria e dell’Aquila, ma questa scossa ha colpito un territorio diverso, la situazione è troppo frastagliata, mi pare molto più simile a quello di Norcia, ma questo ha fatto molti più danni». Che cosa si prova a entrare in una casa fortemente lesionata, che può crollare da un momento all’altro?

«Non è facile, i primi tre giorni sei irrequieto, dopo cominci a farci l’abitudine - conclude Guiducci - sempre con la consapevolezza che sei in una situazione di rischio. Ecco perché abbiamo sempre una persona da fuori che controlla come sono le pareti intorno». -

Accumoli dopo la devastante scossa è un paese spazzato via dalla furia del terremoto, che già viveva una realtà difficile sul piano sociale, tenuta su solo dal turismo estivo, e che ora teme l’oblio. «Abbiamo paura di essere dimenticati, il patrimonio edilizio è del tutto compromesso», sintetizza tra le lacrime il sindaco, Stefano Petrucci. «L’Aquila è una ferita ancora fresca, sono passati sette anni e non è ricostruita, cosa accadrà a noi?».

A spegnere la speranza ci si mette la sorte, che si è accanita contro una delle poche coppie che aveva puntato sul borgo, che era rimasta a vivere in quota per contrastare lo spopolamento. Febbrili ricerche con ruspe, pale, uomini e cani, ma non c’è stato nulla da fare, per Andrea Tuccio e Graziella Torrone e i giovanissimi figli Riccardo e Stefano in una comunità che ha patito altri lutti. La casa dei Tuccio è stata travolta dal crollo del campanile, altrimenti, forse, avrebbe resistito.

Il paese si trova a fronteggiare l’emergenza nel momento più delicato, quello in cui si riempie all’inverosimile per l’arrivo di turisti estivi, molti dalla Capitale ma non solo. «Cercheremo di assistere tutti, ma è meglio che lascino il paese, per loro e per noi», spiega ancora il sindaco.

I numeri sono spietati: 700 i cittadini residenti, articolati in ben 17 frazioni, alcune con poche decine di abitanti, 2.000 circa quelli che affollano ogni abitazione libera per la bella stagione. Questo surplus di popolazione ha aumentato il numero degli sfollati, stimati in 2.500 dallo stesso primo cittadino, e si spera non faccia lo stesso con le vittime. «Vivere qui è difficile in inverno - fa notare il presidente della Provincia di Rieti, Ettore Rinaldi - ma questa può essere la botta definitiva, la fine di questi centri». D’altronde la scossa sismica si è portata via i punti cardinali: la stazione dei carabinieri, il bar, la chiesa, tutto inagibile.

La strada di accesso è costellata di massi caduti, che costringono a fare a zig zag per salire e rendono tutto più difficile. Di fronte alla casa dov’è morta la famiglia, un pezzo di curva si è staccato e sotto allo squarcio dell’asfalto si intravvede lo strapiombo, il parco pubblico è stato inghiottito per metà dalla terra e anche un’auto è rimasta con le ruote incastrate nel terreno. La fermata del bus è diventato un ricovero temporaneo, freddo di notte e caldo di giorno. Lì si trovano alcune bottiglie d’acqua, lì seduto un bambino piange sconsolato e dice alla madre: «Me ne voglio andare da qui».

Con i dispersi ancora da trovare sotto le macerie, la sfida di Accumoli è già partita: dare a quel bimbo un motivo per restare.

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