Verona ai tempi di Dante

«Verona, per il posto che ebbe nella vita e nell'opera, nonché nella diffusione dell'opera di Dante, può dirsi a buon diritto città dantesca»: così scrive l'Enciclopedia dantesca, edita nel 1970, che resta la summa storico-critica fondamentale sul maggior poeta italiano.La Verona di Dante Alighieri, però, va detto subito, non era la città dei capolavori scaligeri di architettura e di arte che ammiriamo oggi, quasi tutti costruiti nei decenni successivi ai soggiorni del poeta a Verona, il primo tra il 1303 e 1304 e poi presumibilmente dal 1312 al 1318-20. Dei palazzi scaligeri che noi possiamo ammirare oggi c'era solo quello di Cangrande (attuale sede della Prefettura, molto cambiato sia in facciata che all'interno), costruito nel 1311 e, dunque, frequentato dal sommo poeta nel secondo soggiorno veronese.Non c'erano ovviamente il palazzo di Cansignorio, né Castelvecchio, né il ponte scaligero, né le Arche sopraelevate, né le mura di Cangrande, iniziate nel 1321, né la chiesa di Santa Maria della Scala.Inoltre, lo stile gotico non aveva ancora abbellito la nostra città che manteneva la struttura urbanistica romana e le sue chiese erano tutte romaniche.La città di Dante aveva un'impronta romana, con il Foro in piazza Erbe, l'Arena, il Teatro romano, le porte Borsari e Leoni, gli archi dei Gavi e di Giove Ammone. Su questa antica base classica si è impostata, nel medioevo, la città romanica, con le chiese e le case-torri. Di scaligero, la città dantesca ha solo le opere costruite da Alberto I della Scala, il padre di Cangrande.Ricordiamo che Mastino I e Alberto I guidano la signoria veronese, prima dell'arrivo del sommo poeta, Bartolomeo, Alboino e Cangrande, quando Dante è a Verona, ma le opere architettoniche di Cangrande posteriori, mentre Mastino II e Cansignorio "governano" nei decenni successivi.

I MONUMENTI ROMANI Ma, a proposito dei monumenti romani, Dante non parla mai dell'Arena e non si sofferma a descrivere la bellezza di Verona. I suoi studiosi hanno giustificato questo atteggiamento per il fatto che è più attento agli uomini che ai monumenti e alle cose. Anche se, nel Settecento, Pompeo Venturi aveva sostenuto che la topografia dell'inferno, a gironi concentrici, era stata ispirata della struttura dell'Arena e dunque l'anfiteatro avrebbe colpito molto il poeta.Non dobbiamo dimenticarci che, nel Trecento, la Bra era un grande spiazzo con l'Arena che aveva molti gradini crollati all'interno ed era luogo di donne di malaffare e di delinquenti. Un ambiente verosimilmente infernale.Ma come era Verona al tempo di Dante? È fresco di stampa il bel libro di Andrea Mirenda con le splendide illustrazioni di Giancarlo Zucconelli, edito dalla Società Dante Alighieri, intitolato Dante nella Verona scaligera che racconta e ambienta, in modo efficace, i soggiorni del poeta esule nella nostra città.Noi invece ci siamo voluti soffermare sulla Verona "storica" dell'Alighieri, su ciò che il poeta fiorentino ha potuto effettivamente vedere, tenendo conto rigorosamente delle date di costruzione degli edifici, andandoci a rileggere saggi importanti nel volume "Dante e Verona" del 1965, in occasione del settimo centenario della nascita.Inoltre, non si può dimenticare il libro sullo stesso tema di Giovanni Solinas, ricco di curiosità, oltre che la voce Verona dell'Enciclopedia dantesca. Di recente è tornato sull'argomento anche Giulio Ferroni con L'Italia di Dante (molto interessante il capitolo sulla nostra città).Molto bello anche il volume di Alessandro Anderloni sempre su Dante a Verona, in cui l'autore immagina alcuni momenti veronesi del sommo poeta.

I PONTI Nel primo Trecento i ponti che attraversavano l'Adige erano tre: Pietra, Nuovo e Navi. Erano di legno, tranne il primo. Nel 1298, Alberto I fece costruire la casa-torre sulla riva destra che si vede ancora. Una curiosità: in quello stesso anno, il ponte Pietra venne coperto. Dunque, Dante è passato su un ponte molto diverso dal nostro. Così come ha visto il Teatro romano in rovina e coperto da catapecchie. Suggestiva anche per lui dovette essere la chiesetta di San Siro, ma l'interno era molto diverso.Il ponte Nuovo venne rinforzato con pile in pietra nel 1299, sempre da Alberto I, dopo che quelle in legno furono travolte da una inondazione. Sulla riva destra, lo Scaligero fece erigere una torre con ponte levatoio. Dante lo vide, noi no, perchè bruciò nel 1335.Questo ponte era importante per collegare il centro con la zona dell'Isolo che era molto attiva anche nel Trecento. Così come tutte le rive del fiume, dove vi erano mulini e zattere.Il ponte delle Navi, allora di legno, accrebbe di importanza dopo che le nuove mura di Alberto lo inserirono nella città. Collegava Campo Marzio e soprattutto era la via per andare nei territori ad est, oggetto dell'espansione di Cangrande.Da ricordare anche la costruzione delle regaste alla Beverara da parte di Alberto I, sulla sponda dell'Adige verso San Zeno.

LA CITTÀ DEL PRIMO TRECENTO L'architetto Vittorio Filippini cinquant'anni fa in occasione del settimo centenario della nascita del poeta precisò che gli Scaligeri non cambiano i luoghi pubblici. L'antico Foro resta il luogo del mercato, il foro boario rimane dietro l'Arena, il mercato delle lane vicino al Foro con nuovi edifici e il Duomo, con Vescovado e Canonicato, nell'ansa dell'Adige più sicura e più difesa. La Casa dei mercanti venne edificata dove in età romana c'era la Basilica, la pescheria restò nei pressi dell'Adige, decentrata, ma vicina a piazza Erbe, mentre nella nuova zona di espansione tra Santo Spirito e San Zeno venne mantenuta l'industria dei laterizi con le fornaci.L'artigianato minuto era sparso in tutta la città, mentre l'Isolo, trafficatissimo, offriva la possibilità di sviluppare un artigianato del legno alimentato dai trasporti dei mulini dell'Adige.

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Emma Cerpelloni

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