L'iscrizione

San Zeno nel Purgatorio

L'iscrizione latina incisa nel muro dell'abbazia di San Zeno e sicuramente letta da Dante che ne fa riferimento nel canto XVIII del Purgatorio
L'iscrizione latina incisa nel muro dell'abbazia di San Zeno e sicuramente letta da Dante che ne fa riferimento nel canto XVIII del Purgatorio
L'iscrizione latina incisa nel muro dell'abbazia di San Zeno e sicuramente letta da Dante che ne fa riferimento nel canto XVIII del Purgatorio
L'iscrizione latina incisa nel muro dell'abbazia di San Zeno e sicuramente letta da Dante che ne fa riferimento nel canto XVIII del Purgatorio

Non ci sono dubbi: sul muro esterno meridionale della basilica di San Zeno, a fianco del prato e del campanile, appena oltrepassata la cancellata, ancora oggi possiamo vedere nel tufo un' iscrizione latina che non solo ha sicuramente letto nei primi vent'anni del Trecento Dante Alighieri, ma che lo ha ispirato per il famoso passo del XVIII canto del Purgatorio, nel quale si scaglia contro Alberto della Scala e soprattutto contro suo figlio illegittimo, Giuseppe, che il signore di Verona fece nominare indegnamente abate di San Zeno.

Sono versi molto duri nei confronti di questi due scaligeri, scritti alcuni anni prima che Dante, nel Paradiso, si lasciasse andare ad alti elogi per altri due scaligeri, Bartolomeo e Cangrande, entrambi figli di Alberto e fratellastri di Giuseppe. In questo canto del Purgatorio, il sommo poeta immagina di incontrare Gherardo, che fu abate di San Zeno dal 1163 al 1187, il quale gli preannuncia la nomina di un suo successore che sarà una pessima persona, appunto il figlio dello scaligero.

Questi i versi del XVIII canto del Purgatorio, (124-25): Giuseppe era "mal del corpo intero e de la mente peggio e che mal nacque". Zoppo e deforme nel corpo, ma ancora peggio corrotto nell'animo. Nei versi successivi, Dante denigra anche Alberto della Scala, colpevole di aver favorito la nomina del figlio: "e tale ha già l'un piè dentro la fossa che tosto piangerà quel monastero e tristo fia d'aver avuto possa" (e un tale, che è già vicino alla morte, subito piangerà quel monastero e sarà triste per aver avuto potere). E' una delle tante profezie di Dante post eventum, scritte cioè dopo che il fatto, la morte di Alberto, è avvenuta. Ma come ha fatto il sommo poeta a sapere di Gherardo, vissuto quasi un secolo e mezzo prima di lui? Da dove gli è venuta l'idea di raccontare l'incontro con un vecchio abate, durante il viaggio nell'aldilà, per denigrare due personalità veronesi ancora vive nella primavera del 1300, nell'anno in cui colloca il suo poema? Quale la fonte di questo episodio? Già un secolo fa, nello studio di Luigi Simeoni sulla Basilica di San Zeno, pubblicato nel 1909 si trova la risposta: nell'iscrizione scolpita nel tufo "riquadrato e lisciato che riveste il muro esterno meridionale della chiesa", come ha scritto lo storico che riporta l'intero testo e in proposito cita Dante Alighieri. L'iscrizione in latino è piuttosto lunga: in sintesi riporta che, nell'anno 1178, sotto papa Alessandro III, l'imperatore Federico, il vescovo di Verona Ognibene e Gherardo, "venerabile abate del monastero di San Zeno, che tra gli altri molti benefici che portò al monastero, fece ornare e innalzare il campanile con il capitello e la seconda cella da maestro Martino".

L'iscrizione aggiunge anche che erano passati 58 anni dal restauro del campanile e 40 da quando la chiesa era stata ampliata e rinnovata. Queste parole permettono di dedurre che i lavori della chiesa vennero conclusi nel 1138.La scritta si chiude ricordando che, nello stesso anno, ci fu la pace tra la chiesa e l'imperatore. Il riferimento è alla pace di Venezia tra papa Alessandro III e Federico Barbarossa, ma Simeoni precisa che questa data è sbagliata: avvenne nel luglio 1177. L'errore per Simeoni si spiega tenendo conto che questa iscrizione è commemorativa, come rivelano le parole di elogio dell'abate, scritta subito dopo la morte di Gherardo, avvenuta nel 1187. Dunque, dopo 10 anni dalla pace, l'errore è plausibile. Simeoni commenta le parole scolpite a San Zeno: "È da credere che Dante abbia avuto notizie di Gherardo e dall'essere vissuto al tempo di Barbarossa da questa iscrizione perché è difficile che abbia avuto tra mano le pergamene e i diplomi dell'archivio".

Resta, però, ancora da chiarire un dubbio: il sommo poeta pone Gherardo fra gli accidiosi, cioè coloro che hanno agito con lentezza e pigrizia. L'iscrizione, però, rivela un abate molto attivo, intraprendente e operoso. Ma allora Dante si è inventato questo peccato del vecchio abate? Ad ogni modo, la basilica di San Zeno è stato un luogo sicuramente frequentato da Dante. E questa iscrizione, in occasione del 7 centenario della morte del sommo poeta, andrebbe valorizzata meglio.

Emma Cerpelloni

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