Il poeta a tavola

Per Dante il cibo era un Inferno

Manifesto ufficiale delle celebrazioni di Dante
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Quando passerà la tempesta del coronavirus e si potrà tornare a Firenze, consigliamo di fare un salto in Piazza delle Pallottole. I fiorentini, che talvolta sono di bocca larga, la chiamano piazza, ma in realtà è poco più di uno slargo che ai tempi di Dante era un verde praticello sul quale i concittadini dell’Alighieri si divertivano a giocare a bocce, le “pallottole”, appunto. Piazza delle Pallottole s’affaccia su Piazza del Duomo, all’altezza del transetto destro di Santa Maria del Fiore. Vicino all’usciolo di una casa, su una grossa pietra, c’è una targhetta con su scritto “Il vero sasso di Dante”.

Narra la leggenda che l’Alighieri- siamo suppergiù nel mezzo del cammin di sua vita-, amasse sedersi su questa pietra a meditare rime cortesi (“Guido, io vorrei che tu e Lapo ed io...”) e a sognare, castamente, Beatrice. Un giorno era assorto in questi pensieri quando un tale gli s’avvicinò chiedendogli a bruciapelo: «Qual gli è i’ mangiare che ti garba di più?». E Dante, senza pensarci su: «L’ovo». Passa un anno e il medesimo tale, che doveva essere un bischero non da poco, ripassando davanti al poeta seduto sul sasso a misurare endecasillabi, gli chiese: «Con cosa?». «Col sale», rispose a scottadito il Ghibellin non ancora fuggiasco. Dante a tavola si accontentava di poco. Lo dice Boccaccio, il suo biografo più informato: «Nel cibo e nel poto fu modestissimo sì in prenderlo all’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità». Nel Trattatello in laude di Dante l’autore del Decameron aggiunge che il morigerato poeta non aveva alcun uzzolo gastronomico: mangiava per vivere e lo infastidivano non da poco coloro che vivevano per mangiare. Biasimava talmente il peccato di gola che sbatté nell’Inferno l’ingordo Ciacco (il nome è sinonimo di porco) e mandò perfino un papa, Martino IV a ripulirsi l’anima in purgatorio perché goloso di anguille del lago di Bolsena che abbinava a un buon bicchiere di vernaccia: «...ebbe la santa Chiesa e le sue braccia/ daTorso fu, e purga per digiuno/ l’anguille di Bolsena e la Vernaccia».

Dante, come gli altri fiorentini- almeno quelli che avevano qualcosa da mettere in tavola, carestie permettendo-, mangiava due volte al giorno, «nell’ore ordinate»: alle 10 si sedeva per il desinare e al tramonto per la cena nella quale venivano serviti gli avanzi del pranzo. Solo nobili e ricconi si permettevano anche la merenda a mezza giornata. Il sobrio poeta non faceva fatica a seguire le prescrizioni della Chiesa, al contrario di certi cardinaloni che predicavano bene, ma razzolavano male: non mangiava al di fuori delle «ore ordinate», non desiderava bocconi ghiotti; gli bastava il poco e il semplice per nutrirsi e non esagerava con i condimenti. Sulla sua sobrietà gastronomica non ammetteva scherzi. S’arrabbiò di brutto quella volta che a Verona i cortigiani di Cangrande cercarono di farlo passare per mangione e beone. Il compianto Cesare Marchi racconta l’episodio nel suo Dante. Un giorno mentre il poeta era a mensa col signore scaligero, qualche buontempone ammucchiò sotto la tavola, vicino allo sgabello dell’Alighieri, «tutti gli ossi che i convitati, secondo il galateo dell’epoca, gettavano per terra. Levate le mense apparve ai piedi del poeta il gran mucchio». Finta sorpresa dei commensali e commento ironico di Cangrande che stette al gioco: «Non c’è dubbio che Dante è un forte divoratore». Al che il permaloso poeta, scuro in volto, sibilò: «Messere, voi non vedreste tante ossa se Cane io fossi». Cangrande o no, Dante non gliele mandò a dire.

Un altro episodio, sempre sul filo tra realtà e leggenda, dimostra quanto fosse incazzoso il fiorentino. Invitato a Napoli dal re Roberto d’Angiò il cui desco era alla pari di un tre stelle d’oggi, il padre della lingua italiana si presentò a palazzo con un abbigliamento casual, assolutamente inadeguato all’etichetta di corte. Il cerimoniere lo guardò con sufficienza e lo spedì ad uno dei capi della lunga tavola, e cioè tra i personaggi di poca o nulla importanza. Dante non profferì verbo, girò i tacchi che le calzature allora non avevano, e se ne andò. Quando Roberto seppe che quel personaggio, la cui fama correva per tutta la Penisola, se n’era andato, corse ai ripari invitandolo una seconda volta. Dante si presentò tirato a lustro e fu subito fatto accomodare accanto al re. Racconta Giovanni Sercambi, novelliere lucchese del ‘500, che quando i servitori portarono in tavola gli arrosti, i pesci e altre vivande «Dante prendendo la carne et al petto e su per li panni la fregava e così il vino e la broda si versava addosso»: un comportamento ripugnante che sollevò uno scandalo corale. Re Roberto gli chiese il perché di tanta «bruttura». L’invitato speciale rispose che avendo egli, il sovrano, fatto onore agli abiti e non alla persona che ci stava dentro, aveva deciso che i panni godessero delle vivande apparecchiate. Roberto D’Angiò- non per nulla fu chiamato il Saggio-, capì l’antifona, ordinò ai servi di cambiargli l’abito e di servirlo nuovamente. «Fiorentin mangia fagioli lecca piatti e romaioli», recita un proverbio nato dopo Dante. Sottolinea Indro Montanelli in Dante e il suo secolo: «I fagioli che dovevano diventare la specialità della cucina toscana sarebbero giunti dall’America solo trecent’anni dopo, e quindi compiangiamo Dante che non conobbe mai questa delizia. Conobbe però certamente i ceci, le lenticchie, le fave e i lupini. Ma anche lui, come tutti i suoi contemporanei, si alimentò specialmente di carne». Quale? Quella di più largo consumo: di pecora, agnello, maiale, pollo. Ogni famiglia fiorentina, e con tutta probabilità anche quella di Alighiero, il babbo di Dante che non navigava nell’oro, teneva qualche gallina che razzolava in strada e magari anche in casa. Sulle tavole non mancava neppure la selvaggina che appena fuori dalle mura di Firenze era abbondante e di libera caccia. Montanelli presume che anche il ragazzotto, futuro autore della Divina Commedia, come tutti i suoi coetanei tendesse trappole a lepri, volpi, starne e pernici.

Se la cacciagione era d’uso comune, aggiunge il giornalista di Fucecchio, «non lo era invece il pesce, considerato piatto vile e quindi buono soltanto per i giorni di penitenza». Il pane era l’alimento fondamentale. Per questo tutti gli altri cibi venivano chiamati companaticum, da mangiare, cioè, rigorosamente con il pane. I contadini mangiavano pani di cereali vili: orzo, segale, avena (biada), in montagna di farina di castagne. I cittadini si trattavano meglio. Il pane era sciocco, ma di farina di frumento. Firenze era una delle capitali del pane buono. Non fu certo per ingratitudine che Dante, ospite di Cangrande, pur riverito e servito di pane bianco e sapido, lamentò nella cantica del Paradiso «... come sa di sale lo pane altrui». L’esule Alighieri pensava con nostalgia alla bozza che si sfornava nella sua Firenze: senza sale, ma con la crosta profumata di patria, di giovinezza, di poesia. Molte indicazioni su quello che potrebbe aver mangiato Dante ce le fornisce un manoscritto conservato nella Biblioteca Riccardiana di Firenze, considerato il primo manoscritto di cucina in lingua italiana, e pubblicato recentemente dall’Accademia Italiana della Cucina. S’intitola Modo di cucinare et fare buone vivande. «Risale al 1338», illustra Paolo Petroni, presidente dell’Accademia, «e, come tipico dei ricettari dell’epoca, non riporta dosi e tempi di cottura, ma costituisce una fonte preziosa per la conoscenza della cucina medioevale». Tra le varie ricette troviamo la “Torta di latte”, il “Burro di grasso di mandorle”, “Capponi a cialdello”, “Tinche a brodetto”, “Blasmangiare di pesce», biancomangiare di riso, latte, pinoli, luccio e tinca lessi, “Testa di bue rinvestita” con zafferano, cotta «in su la graticola». «A Dante tutto questo non sarebbe piaciuto», sottolinea Giovanna Lazzi, direttore della Riccardiana. «Questi piatti facevano parte di un ricettario della gaudente compagnia dei Dodici Ghiottoni, compagnia adatta a Ciacco, non certo all’Alighieri». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Morello Pecchioli

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