L’idea del capro espiatorio

In principio furono i runner inseguiti dai droni. Poi i solitari bagnanti, raggiunti e multati in tutta fretta da zelanti agenti a bordo di quad. Quindi arrivò il turno di bambini e ragazzi asintomatici che avrebbero potuto contagiare gli insegnanti. Agli inizi si sparava– retoricamente– pure sui cani e i loro padroni, coraggiosi anarchici a due e quattro zampe alla conquista degli spazi desertificati della città. Adesso, dopo i fatti di piazza Erbe (comportamenti senza scusanti o alibi) è la movida nel suo complesso a finire nel mirino della fase 2.1. Una parola che in effetti usano ben più i giornali che le persone, ma per la quale non abbiamo un sinonimo altrettanto efficace. Il cuore della questione è però un altro: la logica dura a morire del capro espiatorio. Certo, c’è chi manca di buonsenso, chi mette a rischio gli altri (anzitutto le proprie famiglie) col suo fatalismo, e chi se ne frega di tutto e delle regole. Ma non ha alcun senso il gioco facile dell’accusa per fasce sociali o anagrafiche: è una questione di rispetto reciproco, prima che di regole. Non fermiamoci alle piazze e agli aperitivi: guardiamo al rispetto delle norme nelle fabbriche e negli uffici, o negli ospedali ancora in difficoltà con i dispositivi di protezione. Montagne di testimonianze individuali, inchieste ad ampio raggio, analisi di ogni tipo e studi provano che il vero problema su la raggelante impreparazione degli apparati dello Stato nelle prime settimane della pandemia, senza un piano a cui fare riferimento né la capacità di mettere a fuoco fonti e notizie provenienti dalla Cina a cui la cittadinanza non aveva ancora accesso. Alle lacune, a quasi tre mesi di distanza, le istituzioni continuano a rispondere con un misto di speranza, paternalismo e narrazione sbilenca e ulteriore ritardo. Dove è finita l’app Immuni che doveva essere pronta per fine aprile, massimo i primi di maggio? E le mascherine a 50 cent? Non sono forse le strutture del ministero della Sanità e della presidenza del Consiglio ad essere sempre un passo indietro? Perché, invece di correre dietro al virus e anzi anticiparlo fotografandone la diffusione, corriamo dietro agli inevitabili capannelli di ragazzini (e non), scritti fra le righe del dpcm sulle riaperture? Raccontare questo momento come uno scatenato rave stradale senza fine, crocifiggendo una generazione che alla pari di altre ha fatto la sua parte dall’11 marzo al 18 maggio significa mancare il vero tema di questi giorni. È un errore colossale pensare– a ogni età– che sia tutto finito. Ma dopo 32mila morti, la battaglia dell’aperitivo– ennesimo bersaglio mobile di un Paese senza bussola– era l’ultima cosa che ci meritavamo. VERONA

Giovanni Loffa