Bici e monti

Itinerario invernale in Lessinia, il «Grande Nord» a due passi da Verona

Nel grande nord della Lessinia

Se vuoi sentire il sapore del freddo, non devi fare tanta strada. Se la giornata è quella giusta, basta andare in Lessinia. Vicina, suggestiva, panoramica. E fredda, anzi glaciale se è il caso, a giudicare dalle temperature raggiunte con regolarità sul fondo delle numerose doline che sprofondano nel tavolato dell’altopiano.

Freddo siderale a volte: i meno 37,4 gradi raggiunti nel 2018 nella «Busa» di malga Malera sono un record, certo, ma molte altre volte, come documentano con i loro strumenti gli appassionati di Estremi di Meteo 4, si è arrivati a meno 25 o meno 30 gradi. In «superficie» le temperature sono naturalmente più ragionevoli, ma è il vento a fare la differenza. Lo chiamano windchill. E quando si scatena la bufera, lassù non si scherza. Lo dimostrano i campi di neve ventata che spesso si incontrano salendo sui pascoli dopo una nevicata: sembrano le onde di un bianco mare in tempesta. Aggiungiamoci la presenza ormai consolidata dei lupi e il quadro è davvero completo: un Klondike a trenta chilometri dalla città!

Per entrare in questa piccola Alaska veronese basta salire a Erbezzo e percorrere un itinerario che più classico non si può: il vajo dell’Anguilla e il vajo dei Modi e poi su, fino a malga Lessinia e a Castelberto. Quando non c’è neve il percorso è battuto anche dai biker e dagli escursionisti a cavallo. Ma d’inverno cambia tutto, e dopo una nevicata il vajo si presenta nella condizione migliore per assomigliare almeno un pochino al mitico Klondike. Sì, lo so, ho letto un po’ troppo Jack London da bambino, però la suggestione resta grande. Già alla partenza, al ponte dell’Anguillara, fra Erbezzo e Bosco, il freddo di solito si sente eccome, anche se siamo appena sopra quota mille.

Con tanta neve è meglio avere le ciaspole, altrimenti è facile trovare una traccia e si può camminare (attenzione solo al ghiaccio, utili i ramponcini). La prima parte del canyon è geologicamente molto interessante per la presenza di potenti bancate di calcare grigio del Giurassico, risalenti a oltre 150 milioni di anni fa. Siamo anche nella Foresta dei Folignani, cuore di quella specie di drago arboreo (guardate le forme su Google Maps!) che da Bosco si allunga con le sue ali verso nord fino al Vajo delle Ortighe, sotto Podestaria. Il percorso, segnalato, ci porta senza sforzo, in ambiente da Grande Nord, fino al bivio con il vajo dei Modi (sinistra), dove la salita si fa un po’ più ripida, in particolare nel tratto della Fontana degli alpini. I segni lasciati dalla tempesta Vaia del 2018 sono ancora evidenti, con tanti alberi abbattuti. A un successivo bivio si tira dritto (a sinistra si arriverebbe alla Bocchetta della Vallina e a malga Tommasona) fino a quando si comincia ad uscire dal vajo. Seguendo le indicazioni per malga Lessinia si sale a sinistra in ambiente sempre più aperto fino a sbucare su un dosso dove il panorama si allarga di colpo. Bisogna scendere in una dolina costeggiando una pozza e risalire dall’altra parte (segnalazioni).

Siamo sul sentiero che incrocia la pista di fondo, davanti a noi la catena del Baldo ci regala uno splendido colpo d’occhio, che si allarga ancora, una volta arrivati a malga Lessinia (a destra, 1.616 m, 2 ore), con le vette dell’Adamello e della Presanella, la punta del Carè Alto che sbuca appena, coperta dal monte Altissimo di Nago, e il Gruppo di Brenta, mentre alla nostra destra dominano le cime del Carega.

Chi è stanco o appagato si può fermare qui, e magari girovagare fra le «sfingi» che segnano tutto l’altopiano e arrivare in ogni caso al vicinissimo Ridotto di malga Pidocchio, sul confine con il Trentino, un villaggio di trincea scavato tra i meandri e le fenditure di queste stupefacenti formazioni rocciose nate dalla disgregazione degli strati calcarei, in particolare di Rosso Ammonitico. Uno spettacolo unico, che il lavoro di recupero fatto dagli alpini ha reso fruibile a tutti. Chi vuole arrivare a Castelberto (io, per problemi logistici, leggi lavoro, stavolta mi sono fermato a malga Pidocchio) deve mettere in conto un’altra oretta di cammino e altri 150 metri di dislivello, peraltro tranquilli. Ma ne vale la pena. Basta seguire l’evidente sentiero battuto che procede più o meno in parallelo sopra la pista di fondo (che va lasciata agli sciatori!) e che sale al Bivio (segnalazioni).

Da qui, sempre lungo il tracciato per i pedoni, si prende quota fino ai 1.765 metri del rifugio, ex caserma della Grande guerra che si affaccia sulla Val dei Ronchi. Il panorama è giustamente celebrato e un indicatore delle cime aiuta a individuare le montagne a 360 gradi. Per il rientro, alla fine è meglio tornare lungo il percorso fatto all’andata. Volendo, si può allungare passando per Podestaria e tornare a malga Lessinia. In entrambi i casi, una bella escursione invernale alla portata di quasi tutte le gambe e che ti fa tornare a casa soddisfatto.

Claudio Mafrici