Cima Capi e cima Rocca, vertigini gardesane

Sulla ferrata di Cima Capi: spettacolo!
Sulla ferrata di Cima Capi: spettacolo!
CIMA CAPI E CIMA ROCCA VERTIGINI GARDESANE (Mafrici)

Mountain bike, escursionismo, arrampicata, ferrate, e poi vela, windsurf, kite surf, parapendio: l’alto Garda trentino, ma anche veronese e bresciano, è da anni la mecca delle vacanze attive, nel segno dello sport. E noi che questa miniera ce l’abbiamo tutto sommato a due passi, spesso non ci rendiamo conto della ricchezza di opportunità che offre, in tutte le stagioni, grazie al clima favorevole anche nei periodi più freddi.

Per chi ha voglia di fare movimento qui c’è davvero tutto. Ciliegina sulla torta, i panorami incredibili che si aprono davanti ai nostri occhi mentre si cammina, si pedala, si veleggia. Impossibile sfuggire all’attrazione del lago. Davvero un peccato che sia più facile incontrare tedeschi e olandesi che italiani.

E allora, ecco una bella escursione che ci porta a scoprire le vertiginose pareti di questo angolo delle Prealpi, che cent’anni fa divenne anche teatro di combattimenti durante la Grande guerra: qui passava il fronte, che venne fortificato e letteralmente scavato nella roccia, con italiani e austroungarici ad affrontarsi e poi a tenere le posizioni a poche decine di metri di distanza.

Questa del resto è da sempre terra di confine, di scontri e conflitti ma anche di incontri e scambi. E i segni di una frequentazione antichissima si vedono sul terreno, con una ragnatela di tracciati che si inerpicano verso le montagne: le cime della Rocchetta e Valdes, del Carone, del Tremalzo, dell’Altissimo di Nago, dello Stivo, del Misone. Senza dimenticare le favolose Alpi di Ledro.

Io ogni volta che salgo da queste parti resto senza parole. Stavolta sono (ri)andato a curiosare nella zona di Cima Capi e Cima Rocca, che si possono collegare in un giro ad anello di grande suggestione, percorribile quasi tutto l’anno e incredibilmente panoramico. È però necessario il kit da ferrata per muoversi in sicurezza nei numerosi tratti esposti, quindi imbrago, cordini e dissipatore, oltre naturalmente al caschetto.

Il percorso non è una passeggiata, è alpinistico facile, da evitare se si soffre di vertigini. Utile anche una lampada frontale per visitare le gallerie di guerra sotto la Rocca. Si parte da Biacesa (418 m), sulla strada che collega Riva del Garda con il lago di Ledro. In paese si trova un ampio parcheggio fra le case, quasi all’inizio del sentiero che, prima asfaltato e poi sterrato, porta in un’oretta buona, lungo il «Senter dei Bech», all’inizio della ferrata Susatti (sentiero 405), proprio ai piedi di Cima Capi che svetta sopra le nostre teste (mentre ai nostri piedi, letteralmente, c’è il Garda). Da qui in poi, una volta indossato il kit, si segue con prudenza la teoria di cavi che permette di risalire la cresta (dislivello 400 metri). La ferrata non è difficile ma richiede comunque massima attenzione.

Il panorama eccezionale regala ogni volta un’emozione e compensa abbondantemente la fatica. Arrivati in vetta (909 m, due ore abbondanti da Biacesa), si percorre con cautela ma senza difficoltà la crestina (la parete Nord precipita per centinaia di metri) e si scende alla sella (trincee e postazioni di guerra) dalla quale si può rientrare attraverso il sentiero Foletti.

Noi proseguiamo sul sentiero 405 per Santa Barbara che, sempre ben attrezzato, percorre un’aerea, quasi invisibile cengia sotto la parete Est di Cima Rocca, in direzione della Bocca Pasumer (980 m), che si raggiunge in poco più di mezz’ora deviando ad un certo punto sul sentiero 405B. Percorso davvero spettacolare ma delicato in alcuni tratti.

La salita a Cima Rocca, ben segnalata, avviene praticamente sempre all’interno di trincee austriache opportunamente messe in sicurezza. Sotto la cima si arriva all’imbocco della lunga galleria di guerra (300 metri) che esploreremo al ritorno. Si salgono gli ultimi metri attrezzati fino alla vetta di Cima Rocca o Sperone (1.090 m), che regala un altro grande panorama verso il lago.

Tornati all’imbocco della galleria, muniti di lampada frontale, si percorre il primo tratto con alcune finestre che si affacciano nel vuoto. La cima era stata interamente fortificata dagli austroungarici e le deviazioni (sbarrate) fanno capire l’estensione della rete di cunicoli. In discesa si entra in una seconda galleria e poi in una terza, il cui accesso è reso possibile da una scaletta che scende per una decina di metri in un pozzo.

All’uscita si riprende il sentiero in più punti attrezzato che cala alla chiesetta di San Giovanni in Montibus e al vicino bivacco Arcioni, la linea di difesa italiana, dove una sosta è d’obbligo prima di riprendere il sentiero 460 che riporta a Biacesa. Chi ha voglia di un’altra dose di «ferraglia» può percorrere in discesa il Sentiero delle Laste (n. 471), agevole, che si ricollega al percorso di salita e a Biacesa.

Claudio Mafrici (claudio.mafrici@larena.it)