Bici e monti

Bletterbach, viaggio al centro della terra

Bletterbach, viaggio al centro della Terra (foto Mafrici)

Un canyon superbo, che racconta con i suoi strati rocciosi gli ultimi 280 milioni di anni di storia della Terra. E con quel colore tra l’ocra e il rosso delle rocce superiori che fa venire in mente il celebre Grand Canyon americano, anche se siamo ancora una volta poco sopra la ben nota e sempre stupefacente Valle dell’Adige. Non nel veronese, però, ma in provincia di Bolzano, più esattamente alle porte delle Dolomiti.

Non a caso il Geopark del Bletterbach - la meta di oggi - è uno dei tesori geologici che hanno permesso a queste celebri montagne di entrare, nel 2009, nella lista del patrimonio Unesco. Il canyon non ha certo la notorietà delle vette dolomitiche, ma merita assolutamente il viaggio (un viaggio al centro della Terra, verrebbe da dire) perché consente di vedere come le Dolomiti si sono formate e come l’erosione al termine dell’ultima era glaciale abbia agito in profondità incidendo la montagna fino alla base nella sua fetta più friabile.

La visita al canyon del Rio Foglia (così si chiama in italiano) è un’esperienza senza dubbio da fare. Oltretutto, è ben organizzata e, volendo, può essere abbinata alla salita alla cima del Corno Bianco, da dove si è originata questa imponente spaccatura della crosta terrestre, che si allunga per quasi otto chilometri (anche se il percorso si sviluppa soprattutto negli ultimi quattro-cinque). L’itinerario nel Bletterbach è alla portata di tutti gli escursionisti, il dislivello non supera i 300 metri fra discesa e risalita della gola, che si sviluppa su due livelli, tutto è ben segnalato e sono possibili varie deviazioni e vie di uscita.

L’ingresso è a pagamento: 7 euro spesi bene, però, visto che nel prezzo è compresa anche la visita al non lontano Museo geologico di Redagno e il noleggio del casco di sicurezza, che è obbligatorio (ma, va detto, non sempre utilizzato sul percorso). Necessario anche un buon paio di scarponi impermeabili visto che si deve percorrere il sassoso corso del torrente (difficile non bagnarsi) e salire alcune ripide scale metalliche (sempre sicure). La visita si fa senza problemi da soli, ma sono a disposizione anche delle guide (su prenotazione) che aiutano a capire meglio questo ambiente eccezionale del «Grand Canyon italiano».

Si parte in genere dal Centro visitatori (1.541 m), che si raggiunge in auto da Aldino (uscita autostrada A22 di Egna-Ora). Prima di iniziare il nostro cammino è opportuna un’infarinatura su quel che andremo a vedere: le caratteristiche e gli itinerari del Geopark sono ben illustrati nell’esposizione all’ingresso. Il percorso più classico prevede prima la visita della parte bassa del canyon, quella formata da rocce porfiriche e arenarie, che porta alla cascata del Butterloch. Per arrivare alla cascata, dal Centro visitatori bisogna scendere nella gola e poi percorrere in leggera salita il fantastico canyon, tra pareti di roccia che in alcuni punti raggiungono i 300 metri di altezza e che, con le loro stratificazioni, raccontano la storia geologica delle Dolomiti.

La parte superiore, quella che arriva al Gorz, si raggiunge tornando indietro e risalendo un sistema di scale metalliche lungo il sentiero Jagersteig fino a un belvedere da dove si accede a quello che è un vero e proprio anfiteatro naturale (1.650 m). In alto, la vetta del Corno Bianco (2.317 m), in basso il fondo del canyon. Anche chi non è esperto di geologia rimane a bocca aperta di fronte a questa spettacolare struttura naturale, che parte dalla piattaforma porfirica atesina (la base di origine vulcanica che risale a circa 280-260 milioni di anni fa) e arriva alla Dolomia principale degli strati «fuori terra» che formano le vette più famose del mondo. Sopra il porfido si «leggono» gli strati di arenaria della Val Gardena, quindi le sabbie fossilizzate della formazione di Bellerophon, le rocce degli strati di Werfen, ricche di fossili, e infine la bianca dolomia del Serla, che forma la cima del Corno Bianco.

L’area protetta si estende per 271 ettari ed è tutta da scoprire a piedi (niente bike). Il percorso classico nella gola non esclude gli altri itinerari, che sono numerosi e permettono di andare alla scoperta delle diverse facce del Bletterbach, che nella parte iniziale è attraversato anche dal sentiero europeo E5, quello che passa dal Veronese. Volendo, si può partire anche dal Geomuseo di Redagno e quindi allungare l’itinerario. Per i bambini è stato creato anche il Sentiero dei sauri, che dal Centro visitatori arriva a malga Lahner e che è stato attrezzato con le immagini dei dinosauri che popolavano queste terre nel Permiano, circa 260 milioni di anni fa. Un altro percorso parte dall’infopoint di passo Oclini (1.989 m), che divide il Corno Bianco dal Corno Nero (e che si raggiunge dal passo Lavazè), e che in poco più di mezz’ora porta al punto panoramico, che si affaccia sul Bletterbach. Il giro del canyon di norma si percorre in circa tre ore fra andata e ritorno, con un itinerario ad anello fra discese e risalite (soste e visite escluse).

Io ho abbinato anche la classica ascensione fino al Corno Bianco (segnalata dal Centro visitatori, sentiero 5). L’escursione è decisamente più impegnativa e presenta alcuni punti esposti e attrezzati con cavetto metallico, specie nel tratto finale della cresta, che richiedono attenzione e qualche nozione di arrampicata, ma è tutto fattibile da chi ha un po’ di esperienza. Purtroppo la giornata, che era partita benissimo, verso mezzogiorno si è guastata e la vista dalla cima non è stata delle migliori (ma nei giorni limpidi è spettacolare).

Il Corno Bianco viene raggiunto di solito da passo Oclini con un itinerario elementare e un dislivello di poco più di 300 metri (mentre sono circa 900 partendo dal fondo del Bletterbach). Tutti salgono da lì. La salita dal versante di Aldino è invece meno addomesticata e più severa, ma speciale perché dopo aver «letto» i diversi strati e percorso milioni di anni di storia geologica nel canyon, si attraversano i curatissimi prati e i boschi che portano sopra il canyon e poi si raggiunge la vetta su roccia. Meglio seguire le indicazioni ed evitare varianti, visto che salendo verso la cima lungo la cresta, sul versante nord (per comodità, a sinistra) si estende una fitta mugheta nella quale è facile impantanarsi cercando di tagliare verso passo Oclini: è successo a me alcuni anni fa con la neve. Una ravanata senza domani conclusa con la rinuncia alla cima.

Claudio Mafrici