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Long Covid tra ansia e insonnia: «Sindrome sempre più diffusa»

Esperti a confronto sulle «nuove strategie» per affrontare gli effetti che il virus spesso lascia nei pazienti
Visita. Un medico di base a casa di una paziente
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I sintomi dell'infezione regrediscono progressivamente, ma a distanza di un anno dal contagio il Covid può essere la causa diretta dell'aumento di insonnia, difficoltà respiratoria, affaticamento, disturbi della concentrazione, ansia.

È il cosiddetto Long Covid, o più precisamente Sindrome post Covid-19, una condizione caratterizzata da sintomi multisistemici che persistono per diverse settimane, dopo la malattia, senza che vengano individuati altri possibili fattori scatenanti.

Sono sempre più numerosi i casi di persone che riscontrano il protrarsi di questi problemi, tanto che il Long Covid si sta ormai delineando come una fase ulteriore della pandemia.

Sindrome diffusa: dal 7 al 17% dei pazienti ne soffre

«A sviluppare questa sindrome è una quota di pazienti che va dal sette al 17 per cento», spiega il professor Ernesto Crisafulli, specialista in Pneumologia e direttore della scuola di specializzazione in Malattie dell'apparato respiratorio dell'università di Verona. «Il sintomo prevalente è la stanchezza cronica, presente nel 30% dei pazienti. Le donne e le persone nella fascia d'età dai 50 ai 60 anni hanno più probabilità di sperimentare il Long Covid rispetto agli altri. Ci sono poi alcuni fattori di rischio, come il sovrappeso, l'obesità e il fatto di essere stati ospedalizzati in area critica o di aver avuto necessità di presidi ventilatori».

Se n'è parlato al convegno «Focus in Medicina interna: nuove strategie», organizzato in Camera di Commercio dal direttore dell'unità operativa di Medicina interna A dell'Azienda ospedaliera di Verona, Roberto Castello, per discutere dell'organizzazione dei servizi sanitari nel dopo pandemia. Medici specialisti e di medicina generale sono partiti da queste evidenze scientifiche per inquadrare a tutto tondo una sindrome sulla quale molto rimane ancora da comprendere. «I problemi scatenati dal Long Covid hanno effetti tanto fisici quanto sociali», afferma Crisafulli.

«La sindrome è multisistemica e per molti pazienti sta comportando un peggioramento significativo della qualità della vita. Una parte di loro, seppure minoritaria, riporta sintomi respiratori seri che costituiscono delle vere e proprie disabilità». Infatti il peso del Long Covid si fa sentire anche su chi ha problematiche pre esistenti, come i soggetti asmatici. «Sembravano non essere particolarmente suscettibili al Sars-Cov-2, ma ora stanno riempiendo gli ambulatori del post Covid», sottolinea lo specialista.

Covid e asma, un rapporto da chiarire

E spiega: «Durante la prima ondata della pandemia abbiamo ricoverato pochissimi pazienti asmatici e raccogliendo dati con Brescia e Bergamo, ci siamo resi conto che la prevalenza dell'infezione nei soggetti affetti da questa patologia era molto bassa e pressoché identica nei tre territori, indipendentemente dal numero dei casi di Covid».

Se gli studi hanno dimostrato come l'asma possa aumentare la protezione dal Coronavirus, «è altrettanto vero che questa infezione, come tutte le infezioni virali, ha innescato la patologia sottostante negli asmatici che l'hanno contratta e slatentizzato una serie di disturbi cronici».

Gli addetti ai lavori si stanno interrogando su quale sia il migliore approccio per valutare e gestire questa condizione clinica, il Long Covid. È provato che le persone vaccinate e i malati trattati con i farmaci a base di anticorpi monoclonali hanno un rischio più basso di sviluppare la «coda lunga» del Covid, «ma senz'altro», dice Crisafulli, «serve anche una valutazione multidisciplinare dei disturbi, che comprenda aspetti neurologici e cognitivi. E per quanto riguarda i disturbi respiratori, che sono i più impattanti, la possibilità di inserimento dei pazienti in percorsi di riabilitazione».•.

Laura Perina