La svolta nella lotta al virus

All'ospedale di Negrar studiato un farmaco che combatte il Covid grave

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Il dottor Andrea Angheben, responsabile di Malattie infettive all'ospedale di Negrar
Il dottor Andrea Angheben, responsabile di Malattie infettive all'ospedale di Negrar
Il dottor Andrea Angheben, responsabile di Malattie infettive all'ospedale di Negrar
Il dottor Andrea Angheben, responsabile di Malattie infettive all'ospedale di Negrar

A giorni sarà disponibile un nuovo farmaco biologico per combattere il Covid 19 grave prima che degeneri nelle sue forme peggiori. Si tratta dell’anakinra, medicinale utilizzato da anni per l’artrite reumatoide e altre patologie e che grazie al trial internazionale «Save more» pubblicato su Nature Medicine ha dimostrato di ridurre del 55% la mortalità e del 64% il rischio di morte o la necessità di ricovero in terapia intensiva per la progressione della polmonite in insufficienza respiratoria grave.

Dal 14 luglio i dati sono in possesso dell’Ema che sta ultimando la procedura rapida per l’indicazione. «Appena arriverà, lo userò come prima scelta», afferma Andrea Angheben, responsabile del reparto del dipartimento di malattie infettive dell’Irccs di Negrar. Del resto questo risultato «esaltante» - la definizione è dello stesso Angheben - si deve in parte anche al lavoro svolto al Sacro Cuore Don Calabria, che ha partecipato allo studio di fase III randomizzato in doppio cieco, condotto su 594 pazienti ricoverati per polmonite da Covid 19 e con principale investigatore Evangelos J. Giamarellos - Bourboulis, professore dell’Università nazionale Capodistriana di Atene. Il professore greco ha coordinato 37 ospedali, di cui 8 italiani.

Negrar la scorsa primavera ha arruolato 15 pazienti, il numero più alto in Italia. «Ebbene, pur all’oscuro su chi riceveva il farmaco o il placebo», spiega il dottor Angheben, «ho constatato che alcuni pazienti clinicamente destinati alla terapia intensiva mostravano un rapido e inatteso miglioramento a poche ore dalla somministrazione del farmaco sperimentale». «I danni maggiori del Covid 19 sono dovuti alla famosa tempesta citochinica, che il nostro sistema immunitario provoca reagendo in maniera incontrollata al virus», spiega il primario, «quest’infiammazione è mediata dalle interleuchine. Tra i farmaci che inibiscono tali mediatori arrestando la cascata infiammatoria sta già dando buoni risultati il tocilizumab. L’anakinra agisce con maggiore potenza degli altri farmaci bloccando l’interleuchina 1-alfa e 1-beta, molto rapidamente. E la durata della sua azione è breve».

Questo consente di stroncare sul nascere l’infiammazione e inoltre, a differenza degli altri farmaci simili la cui azione dura per 15 - 20 giorni, di abbattere il rischio di sovrainfezioni associato alla riduzione della risposta immunitaria. La somministrazione avviene in un momento preciso, che il medico decide rilevando un parametro nel sangue (valore del suPAR superiore a 6), anch’esso messo a punto dall’Università greca. Riprende Angheben: «Il farmaco ha un profilo di sicurezza ottimo, il professor Giamarellos - Bourboulis sta ultimando i dati sui sottogruppi di pazienti, che sembrano dare in alcuni casi percentuali di risposta ancora più alte. Inoltre noi abbiamo verificato lo stato di salute dei pazienti trattati non solo a 28 giorni, ma anche a 90. Pure da questo ci aspettiamo buoni risultati, tuttavia la prudenza è d’obbligo perché in tutti questi mesi il Covid ci ha insegnato che quello che credevamo all’inizio spesso poi non era vero».

 

Quindi siamo di fronte a una svolta, ma non si può certo abbassare la guardia. «Anche oggi ho in reparto 14 pazienti con Covid, un altro al pronto soccorso, è un continuo ricoverare, dimettere, arrivare», sottolinea il dottor Angheben. «L’arma più potente che abbiamo è la prevenzione. Il vaccino, mascherine e distanziamento, il lavaggio delle mani. Ancora adesso vedo arrivare nuclei familiari, sembra impossibile dopo mesi. Persone non vaccinate che mi dicono: non credevo di stare così. E a me piange il cuore. Vero, ora sono meno i casi che finiscono in terapia intensiva e infatti ci bastano due letti, ma in rianimazione ho persone con meno di 50 anni. Non vaccinate». «Ci tengo a dire», conclude Angheben, «che noi lavoriamo per curare le persone, non per altro, eppure c’è chi ci guarda con sospetto. Invece il vaccino anche se non risolve tutto ha dei vantaggi enormi, fa la differenza nell’evoluzione della malattia».

Francesca Mazzola

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