Virus e festeggiamenti Òcio a domenica sera

La Posta della Olga
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A guardare le foto, pubblicate dal nostro giornale, dei festeggiamenti di martedì notte in Bra per la vittoria dell'Italia sulla Spagna agli Europei di calcio - scrive la Olga - non ho visto mascherine, né issate né ammainate, nessuno l'aveva addosso, neanche a bavaról, neanche a mo' di bandana. Eppure c'era un ambarandan babelico, uno di quegli ammassamenti di folla per i quali più che indossare, per legge, la mascherina ci sarebbero voluti lo scafandro da palombaro e la gobba di bombole. Ho guardato con attenzione semmai qualcuno portasse la coda alla vaccinara che, lungi dal preservare dal contagio, almeno poteva alludere a una propensione remota a mettersi in lista per la punturina. In effetti ho intravisto qualche coda ma non era alla vaccinara. Sulla paura di contrarre il virus (ammesso e non concesso che la folla avesse questo tormentoso pensiero) nei pochi pur bene intenzionati ha prevalso l'imbarazzo di non adeguarsi al branco. Ricorda il mio Gino che quando suo padre gli imponeva di andare all'oratorio col baschetto lo prendevano tutti per il deretano. Ne porta ancora le cicatrici psicologiche. E adesso vediamo cosa succederà domenica sera se l'Italia vincerà la coppa. Non ci sarà il maxischermo in Bra come ai bei tempi delle telecronache di Roberto Puliero: in primo luogo, come ha detto il sindaco, perché si penalizzerebbero bar e ristoranti che avranno anch'essi i loro schermi, in secondo luogo per evitare la cagnara fonte di contagio. Io mi sarei preoccupata prima della cagnara e poi degli incassi dei locali pubblici, tanto più che Verona è tornata a essere la prima città veneta per diffusione del virus. Ma le priorità sono una questione di punti di svista. Saranno ammessi invece i caroselli, il tananai e, mancando le mascherine, il lancio in aria di orecchie o di altri organi accessori. Bàito libero, insomma. La dobbiamo pur far sfogare questa gente o no? Bàito sì, ma con giudizio, raccomandano le autorità. Bàito giudizioso è come dire fìghi co' la pearà. «Un ossimoro disgustoso» direbbe il professor Scalcagnato.

Silvino Gonzato

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