Ma l’alibi del Covid non può reggere sempre

La Posta della Olga
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Verso sera, quando el sol el pìcia de manco e le ombre le se slónga- scrive la Olga - io e il mio Gino inforchiamo la bici e andiamo a fare un giretto nelle periferie più verdi e, quindi, meno infuocate. Ieri siamo passati da borgo Venezia diretti a Montorio, località irrinunciabile per una gita in bici: fòssi coi magnaróni, risorgive cristalline, laghetti con le ànare e le oche e, a volte, certi usèi grandi e mai visti prima, alberi frondosi, poetiche stradine tra case vèce e tra prati fragranti di mille essenze. Tutto merito della natura che qui ha ritmi tumultuosi. Ma sul letto secco del progno che attraversa l'abitato è cresciuta una giungla di erbacce alte un metro e mezzo e più, e non va bene. Il mio Gino sostiene che è colpa del Covid che ha rallentato tutto, anche i lavori di pulizia dei progni. «Col pìfaro - gli dico io - el Covid non può èssar un alibi, qua l'è questión de pelandronite, de incuria. O i manda fora i operai a destrigàr o i ghe fa pascolàr pégore e cavre». La filosofia è quella di tagliare gli alberi a man salva ma di lasciare crescere le erbacce. Il mio Gino si ricrede e ammette che il Comune pensa solo all'Arena e a gonfiare i plateatici mollando tutto il resto, tanto che anche i giardini dei quartieri sono giungle «e i bìssi i scomìnsia a fàrghe i nìi». In borgo Trieste abbiamo visto il distretto sanitario in un degrado penoso. Da quando c'è la pandemia si entra da dietro e quello che era il vialetto dell'ingresso principale è sbarrato da una vegetazione da machete. Col drastico calo dei contagi, sono calate di molto anche le restrizioni, ma c'è chi fa finta di niente perché gli fa comodo. Come alle Poste per esempio, per le quali valgono ancora le misure dei tempi del lockdàun. L'alibi, appunto. Tornando al progno di Montorio, tra la malerba sfrecciano i ratti. Io e il mio Gino ne abbiamo visto uno gigantesco, roba da caccia grossa con la carabina da savana. Poi, però, ci siano ricreati lo spirito percorrendo una stradina bianca tra i fossi che, volendo, e avendo le gambe giuste, porterebbe fino a San Martino. Su un ramo di un albero perfetto, il prototipo dell'albero, un pavone si pavoneggiava. «Mi ricorda qualcuno» dice il mio Gino. «Lassa star la politica e gòdete la natura» lo rimprovero.•.

Silvino Gonzato

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