ALBERTO FABBRETTI

Dalla Bassa alla Grande Mela «Qui imparo a recitare»

Alberto Fabbretti
Alberto Fabbretti

A New York la fase peggiore della pandemia è finita. Ora si può uscire, andare al supermercato, passeggiare per le strade. Certo, non è la Grande Mela alla quale ci hanno abituato i film, ma è comunque tornata vivibile. «Il periodo peggiore è finito, ora non sono più costretto a restare barricato in casa», ammette Alberto Fabbretti. Nato 22 anni fa, dopo il diploma al Liceo Cotta di Legnago conquistato col massimo dei voti, corsi di recitazione a Verona e a Roma, ha preso il volo alla volta degli Usa, dove vive da quasi due anni, frequentando una delle più prestigiose scuole di recitazione al mondo. 

E, nel frattempo, ha preso parte a short film e clip musicali, ha sfilato come modello e ha prodotto e recitato in un cortometraggio, selezionato da alcuni Festival.

 

Quando è nata questa passione?

Finito il liceo, dovevo scegliere cosa fare della mia vita. Il mondo dello spettacolo mi aveva sempre attirato. Però a Legnago non c’erano grandi opportunità per intraprendere questa strada. Insomma, la passione c’era, era tanta, ma non sapevo come coltivarla.

 

E allora si è spostato in città...

Prima a Verona, dove ho frequentato un corso di recitazione al Teatro Stabile. Poi a Roma, dove ho seguito un corso di conduzione televisiva all’Accademia Radiotelevisiva: in quei mesi, in particolare, ho conosciuto conduttori e artisti, ho avuto la possibilità di andare negli studi di Saxa Rubra per studiare, sul campo, come funziona la macchina dello spettacolo. E allora ho avuto la conferma: io voglio fare questo, mi sono detto.

 

È stato allora che ha deciso di andare all’estero?

Avevo fatto delle audizioni a Roma, guardando anche se c’erano scuole che potevano fare al caso mio. Ma non ne ho trovate. Dopo 19 anni trascorsi in Italia, per lo più nella provincia di Verona, ho quindi deciso di andare all’estero. E ho pensato a New York. Dovevo trovare una scuola che mi desse la possibilità di iniziare questo percorso, tuttavia molte proprio in quei mesi avevano concluso le selezioni. Durante questa mia ricerca ho trovato la Susan Batson Studio: estremamente professionale, aveva ottime referenze. Susan ha un suo metodo, molto apprezzato nel cinema, tanto da aver preparato per le loro performance artisti quali Nicole Kidman, Tom Cruise, Juliette Binoche, Zach Efron.

 

Com’è stato l’impatto con la Grande Mela?

All’inizio lo senti di non essere «a casa tua». Ma è stato solo un momento iniziale: integrarmi e ambientarmi non è stato affatto difficile, anzi. Ora sento che casa mia è New York, anche nel modo di pensare, di ragionare. Mi sento a mio agio qui.

 

La scuola cosa ha insegnato?

È specializzata nella recitazione sia per cinema che teatro. Il primo anno l’ho praticamente trascorso in aula, seguendo lezioni dal mattino alla sera: studiavo tutto quello che riuscivo, è stato molto impegnativo ma mi ha permesso di acquisire le basi del «metodo» di Susan. Ho studiato anche canto con la coach Mary Setrakian. A quel punto ho iniziato il secondo anno, frequentando solo alcune classi, selezionate per me dagli insegnanti. E ho quindi avviato, come da programma, un lavoro sulla costruzione di un personaggio. Questo lavoro è stato molto impegnativo ma anche ricco di soddisfazioni.

 

Di che si tratta?

Ho studiato la carriera, ma soprattutto i dettagli della vita dell’attore svedese Stellan Skarsgard, protagonista di questo mio studio che mi ha portato alla creazione di una maschera da interpretare. È un lavoro che va avanti da diversi mesi: ogni volta che completo una scena la rappresento davanti ai miei insegnanti che fanno tutte le correzioni necessarie. Ne è nato un «one man show» in programma nei prossimi mesi al Susan Batson Studio, dove sarò diretto proprio da Susan Batson e Carl Ford che mi stanno seguendo nella scrittura e trasposizione teatrale del copione. Tra il pubblico ci saranno anche produttori. Un’occasione che potrebbe aprirmi molte porte.

 

Dopo meno di due anni negli Usa ha già attirato l’attenzione degli addetti ai lavori. Mi riferisco all’altro lavoro al quale sta lavorando negli ultimi mesi, uno short movie. Di cosa si tratta?

L’ho terminato a marzo, si chiama «36 Hours in New York», official selection al festival americano NewFilmmakers NY, al Prague International Monthly Film Festival in Repubblica Ceca e al Kosice International Monthly Film Festival in Slovacchia. È un’idea nata da me, che poi ho trascritto in un copione e infine realizzato per lo schermo. È stato bello che il prodotto sia stato apprezzato e ufficialmente selezionato da numerosi festival.

 

Ma non ci sono solo teatro e cinema. Si è dato molto da fare anche in altri ambiti, a New York.

Ho capito che la cosa migliore da fare era studiare e allo stesso tempo fare esperienza, sviluppare più idee possibili e concretizzarle, sempre ovviamente nei limiti imposti dal mio visto studentesco. Inoltre queste esperienze rappresentano «credits» che vanno ad arricchire il mio curriculum, quindi fondamentali per il mio futuro: senza non si fa molta strada. Ho girato dei video musicali con un rapper di Brooklyn, qui molto apprezzato, Bknott. Ho poi sfilato alla New York Fashion Week nel 2019 per Global Feature Design e nel 2020 all’Infinite Exposure Show per il marchio d’ispirazione orientale Tokyo Twiggy. Ho capito che è necessario fare più cose possibili, solo così puoi costruirti le opportunità. La carriera da modello ad esempio è partita come un’idea che si è poi finalizzata e mi ha dato grandi soddisfazioni.

 

Fra una decina di anni, come si immagina?

Nel mondo dello spettacolo, ma non necessariamente attore. Il mio obiettivo, per ora, è rimanere negli Stati Uniti per almeno tre anni e realizzare ciò su cui sto lavorando ed oltre. Non so poi dove potrà portarmi questo percorso, magari tornerò in Italia. Sono aperto a tutte le opportunità che mi si presenteranno.

Francesca Lorandi