Monouso e sostenibilità

Plastica, l'emergenza dimenticata dell'inquinamento degli oceani

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Spiaggia colma di rifiuti in plastica
Spiaggia colma di rifiuti in plastica

Poiché il 71% della superficie terrestre è coperto di acqua (prevalentemente) salata, il nostro pianeta è azzurro nel vero senso della parola. Di fronte alla vastità degli oceani e al nostro stile di vita eminentemente terrestre, non c’è da meravigliarsi se consideriamo il mondo marino una fonte inesauribile di produttività primaria, inalterabile dalla civilizzazione umana. Ma non c’è nulla di più lontano dalla verità. In parallelo a ciò che sta accadendo sulla terraferma, il cambiamento climatico indotto dalle attività umane, la pesca intensiva e il costante aumento dell’inquinamento sono tutti fattori che stanno minacciando la salute e la sostenibilità dei nostri oceani. L’inquinamento degli oceani in particolare è una criticità spesso dimenticata, perché la maggior parte di ciò che finisce in fondo il mare si cela nelle profondità, sottraendosi alla nostra vista, o approda sui litorali di qualcun altro: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

 

L’inquinamento degli oceani ha tante fonti diverse, tra cui gli scarichi agricoli e industriali e i sedimenti prodotti dalla deforestazione e da pratiche agricole improprie. A livello globale, tuttavia, l’inquinante numero uno è di gran lunga la plastica. Fin dalla sua invenzione, che risale a più di un secolo fa, la popolarità della plastica ha continuato a crescere, principalmente a causa dei bassi costi di produzione, della robustezza, della versatilità e della leggerezza. Di conseguenza, la produzione di articoli in plastica è cresciuta da 30 milioni di tonnellate alla fine degli anni Ottanta a ben più di 300 milioni di tonnellate negli ultimi anni, e non si prevede alcun rallentamento nel prossimo futuro. Mentre i suoi benefici pratici sono incontestabili, si stima che ben il 10% di tutta la plastica esistente sul pianeta finisca nell’ambiente marino. Ne fanno parte sia le macro (> 5 mm.) sia le microplastiche provenienti da varie fonti, come sacchetti della spesa monouso, bottiglie e microgranuli contenuti nei prodotti per l’igiene personale. Questi inquinanti raggiungono l’ambiente marino tramite i fiumi, o vengono semplicemente scaricati nell’oceano.

 

Sfortunatamente, le proprietà che rendono la plastica ideale per l’uso umano la rendono particolarmente dannosa per l’ambiente. La plastica si degrada molto lentamente, e quando si degrada si divide in frammenti sempre più piccoli che entrano nella catena alimentare o vanno a fondo e si accumulano. Più dell’85% degli uccelli marini ha della plastica nell’intestino, e quantità indeterminate di pesce e altre creature marine, inclusi il corallo e il plancton, finiscono per ingerirla inavvertitamente. L’inquinamento da materie plastiche ha raggiunto anche l’habitat più remoto di questo pianeta, gli abissi. Le stime dell’ONU sui costi dell’inquinamento marino per la società umana ammontano a decine di miliardi di dollari. Questi costi derivano da varie fonti tra cui i danni diretti alle imbarcazioni, la riduzione dei volumi nel pescato e nell’acquacoltura, il calo del turismo dovuto alle “spiagge sporche” e l’incremento dei lavori di bonifica dei litorali. Come se non bastasse, la salute umana potrebbe risentire direttamente dell’ingestione secondaria di inquinanti chimici.

 

Già nel 2014 l’ONU aveva definito la contaminazione da materie plastiche una grave emergenza ambientale. Resta comunque da capire se il pianeta azzurro finirà sommerso dalla plastica o se ci sono soluzioni credibili di lungo termine. La messa al bando della plastica richiesta da vari gruppi ambientalisti potrebbe incontrare l’apprezzamento dell’opinione pubblica ma non è praticabile, quantomeno nei prossimi decenni. Questo perché il nostro modo di vivere è legato indissolubilmente ai prodotti in plastica: una soluzione praticabile dovrebbe essere quella di sviluppare strategie e politiche sensate per governare la contaminazione da materie plastiche a livello internazionale, nazionale e regionale. Vari enti globali come la International Convention for the Prevention of Pollution of Ships (MARPOL) prevedono oggi apposite norme contro l’inquinamento da plastica. Molti Paesi, prevalentemente occidentali (tra cui l’Italia), hanno accettato di mettere al bando i prodotti per l’igiene personale che contengono microgranuli, una grossa fonte di microplastiche, entro i prossimi due o tre anni. L’ONU ha lanciato recentemente la campagna Clean Seas per promuovere una consapevolezza globale sull’inquinamento degli oceani e invitare i cittadini a partecipare a iniziative comuni come la pulizia delle spiagge. Varie ONG, tra cui il WWF e Ocean Conservancy, organizzano eventi annuali di pulizia dell’oceano e sono pesantemente coinvolti nella sensibilizzazione di adulti e bambini sull’importanza della gestione dei rifiuti per la conservazione del pianeta. I loro insegnamenti si imperniano sulle 3 R dell’ambiente: riduzione, riuso e riciclo.

 

Un esempio interessante è offerto dal giovane Boyan Slat e dalla sua azienda Ocean Cleanup, che si è data l’obiettivo di rimuovere tutta la macroplastica dalla superficie degli oceani entro il prossimo decennio usando enormi aspirapolvere galleggianti. In questo elenco sempre più corposo di iniziative, il riciclaggio della plastica è quello che più appare in grado di modificare le abitudini dei consumatori. Anche perché, con un trattamento corretto, i prodotti ricavati dalla plastica riciclata possono generare un business redditizio. Un approccio più sostenibile potrebbe anche essere la produzione di bioplastiche (ricavate da materiali organici come l’amido di mais) e di oggetti in plastica biodegradabile (studiati in modo da degradarsi più rapidamente rispetto alla plastica tradizionale). 

 

ALCUNI DATI:

86% del totale dei rifiuti globali in mare È PLASTICA USA E GETTA

15% della plastica immessa nel mercato È COSTITUITO DA PACKAGING

30 » 300 milioni di tonnellate di plastica È LA CRESCITA DAGLI ANNI '80 AD OGGI

45 % ITALIA 30% MEDIA EUROPEA 10% USA percentuale di riciclaggio nelle operazioni di smaltimento

3,4 milioni di tonnellate di riduzione di emissioni di CO2 e 22 miliardi di euro di danni ambientali risparmiati NELLA PROPOSTA DELLA UE ATTUABILE ENTRO IL 2030 

Carlo Alberto Pratesi e Giovanni Mattia (professori Università Roma Tre)