L'appello

«Non toccate i cuccioli soli. È l’unico modo per salvarli»

Cucciolo di capriolo  da solo nell’erba:  non è abbandonato e non va avvicinato, è protetto dal suo non aver odore
Cucciolo di capriolo da solo nell’erba: non è abbandonato e non va avvicinato, è protetto dal suo non aver odore

È iniziata la stagione delle nascite per la fauna selvatica ed è il momento più delicato per l’ecosistema perché la natura ha le sue regole che noi umani spesso non conosciamo né rispettiamo. È il caso di leprotti e caprioli, ma anche di piccoli uccelli caduti dal nido che mani pietose spesso raccolgono con le migliori intenzioni, magari per metterli al sicuro da predatori, ma che inconsapevolmente condannano a morte. Michelangelo Federici di Gorzone, presidente Apeav, associazione provinciale esperti accompagnatori Verona, titolati per seguire la caccia di selezione aiutando i cacciatori nel prelievo dei capi, è categorico: «Le regole sono poche e chiare: questi animali non vanno assolutamente toccati; non ci si deve neppure avvicinare né si deve permettere ai propri cani di farlo». Nel caso dei caprioli, per esempio, il cucciolo appena nato e lasciato dalla madre in un cespuglio o nell’erba alta, «nei primi giorni di vita è privo di odore. Questo è un accorgimento della natura per preservare questi animali indifesi dai predatori che potrebbero essere attirati dal loro odore. Toccarli o solo avvicinarsi, calpestando l’erba per osservarli meglio, significa impedire che la loro madre torni ad accudirli. Sono oltre vent’anni che lavoriamo per il ripopolamento e una corretta gestione della fauna selvatica sul nostro territorio e finalmente siamo arrivati al punto di vedere dei numeri in crescita. Non vanifichiamo le fatiche». «C’è un’errata concezione della natura da parte di un certo ambientalismo che si limita a lodarla, ma non la rispetta, perché quello che si ritiene un salvataggio o un atto di affetto altro non è che il principio dell’abbandono. La madre non è lontana», spiega Federici di Gorzone, «si sta solo alimentando o sta adottando diversivi per sviare l’attenzione di un predatore che potrebbe essere troppo vicino alla sua prole. Poi tornerà ad alimentare il piccolo quando le condizioni saranno più sicure». Questo stato di presunto abbandono dura solo pochi giorni, il tempo per il piccolo di mettersi in piedi e seguire la madre nei suoi spostamenti alla ricerca di cibo. «Sono comportamenti che fatichiamo a capire perché la memoria dei selvatici non è visiva come la nostra ma olfattiva. Lasciare al cucciolo il nostro odore o quello dei nostri animali domestici impedisce alla madre di riconoscerlo come proprio», conclude l’esperto. Per questa ragione e per aiutare gli escursionisti a ricordare il corretto comportamento, l’Ambito territoriale di caccia 2 «dei Colli» di cui è commissario Gilberto Castagnini, ha provveduto a collocare centinaia di cartelli informativi plastificati e un altro migliaio è in fase di stampa, da sistemare sui sentieri più battuti delle colline veronesi. «La competenza dell’Atc 2 è sul territorio di 15 Comuni, dal Vajo Galina-Borago fino al confine con la provincia di Vicenza e dalla strada regionale 11 fino ai confine dei comprensori alpini. I sentieri sono moltissimi e abbiamo provveduto a tabellare ovunque sia stato possibile», conferma, mettendo sull’avviso gli escursionisti; «Lasciamo i selvatici dove li troviamo, non tocchiamoli né avviciniamoci, tenendo i cani al guinzaglio anche nei luoghi dove presumiamo non ci siano selvatici. Anche solo farli avvicinare per annusare senza che ci sia aggressione, può decretare la morte del selvatico per abbandono da parte della madre che gli umani, per quanto bravi e motivati non potranno mai sostituire», conclude, ricordando che vale anche per gli uccelli caduti dal nido.•.

Vittorio Zambaldo

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