Il personaggio

Natale assieme al gregge: «Questa è la mia felicità»

Manuel Carotta ha trascorso anche il 25 dicembre con le sue pecore: «Ormai per me loro sono la mia casa e se stanno bene sono contento»
Manuel Carotta ha scelto a 18 anni di diventare pastore (GREGOLIN)
Manuel Carotta ha scelto a 18 anni di diventare pastore (GREGOLIN)
Manuel Carotta ha scelto a 18 anni di diventare pastore (GREGOLIN)
Manuel Carotta ha scelto a 18 anni di diventare pastore (GREGOLIN)

Chi ha posizionato nel presepio i pastorelli e le pecore, simboli natalizi per antonomasia, probabilmente non si chiede com'è stato il Natale dei veri pastori. Quelli rimasti a esercitare oggi uno dei mestieri più antichi dell’umanità, con numeri in crescita che fanno ben sperare: nel 2016 Coldiretti ha censito 7,2 milioni di ovini in Italia, che occupano circa 2mila pastori. Tra questi c’è Manuel Carotta, 24 anni della frazione Carotte di Pedemonte in provincia di Vicenza, nato in via Carotte e Carotta di cognome, considerato tra i pastori più giovani d’Italia, da sei anni al comando di un gregge di oltre mille pecore condivise con Fabio Fornasa di Longare, assistito del pastore rumeno Dori. 

Come ha vissuto Manuel il 25 dicembre?

Alle prime luci del giorno di Natale è già attivo tra le campagne di Isola Vicentina. Sono le sette e il clima oggi sembra avergli fatto il regalo di risparmiargli il ghiaccio nei campi. Ha da poco lasciato la roulotte che occupa durante la lunga transumanza dall’Altopiano di Asiago, dove ha trascorso la stagione degli alpeggi, per svernare oggi in pianura fino ai pascoli del Padovano. È Natale ma lui sembra farci poco caso, con gli auguri che vengono presto coperti dal belare delle pecore madri misto a quello degli agnelli appena nati: «Pochi in realtà - come precisa il giovane pastore - due, nati entrambi la vigilia di Natale». Ma è solo un caso, visto che nei prossimi giorni si prevedono decine di parti, a dire che questo è un momento di “natalità” anche per gli animali. Ma nel suo mestiere, la poesia trova poco spazio: la festa non si distingue molto dai restanti giorni. «Le pecore - aggiunge Manuel - mangiano tutto l’anno» sorprendendosi per la domanda. Nel mondo pastorale, l’ovvietà si manifesta davanti agli occhi: «Oggi ci sposteremo poco, perché è Natale, ma le pecore mica lo sanno. Ovvio». 

Prima di togliere il recinto contro i lupi

C’è il tempo per un caffè servito su una panca con sopra dei biscotti e un panettone, offerto alla vigilia da alcuni passanti. Sono gli unici segni della festa, anche se oggi arriva per gli auguri “Toni“, il vecchio amico pastore di Manuel. Tra una battuta e l’altra, ma sempre con un occhio rivolto al gregge, si avvicina l’ora del pranzo. Il pranzo di Natale del pastore, preparato nella cucina da campo, dove oggi si serve: «Verze in tecia, costine e luganeghe ai ferri, con una fetta di panettone e un goccio di buon vino». 
Un giro tra le pecore e poi a turno un riposino buono anche a Natale. Ma prima sorge una curiosità: in molti sono ora seduti al caldo, con piatti prelibati e manicaretti con parenti e amici. Al pastore non manca tutto questo? «Poco - confessa lui-, guardo le mie pecore belle in carne e mi sento contento; so che può sembrare strano, ma quando trovo erba per farle pascolare, per me è come se fosse ogni giorno Natale».

Il gregge

Qualche ora più tardi riprende il movimento e il gregge fa ritorno ai prati di Isola Vicentina, lasciati al mattino. Qualche chilometro a passo di animale, passando davanti a un presepio allestito in strada, con le sagome riprodotte in legno delle pecore e quelle vere che gli sfilano davanti che danno a quella Natività un’atmosfera di autenticità, mentre i due pastori scrutano la scena come se stessero cercando qualcosa: «Guardiamo se anche allora c’erano i cartelli con su scritto “vietato pascolare”, come quelli che troviamo oggi». Una battuta la loro, che però è realtà per i pastori moderni: «Difficile sradicare certe mentalità. Anche se oggi non è peggiore degli anni passati. Così che i “buoni” pastori restano quelli del presepio: belli da vedersi per pochi giorni, senza però averli mai in casa». 
È quasi buio, i pastori mettono al sicuro il gregge, vegliato a vista da altri pastori, i cani, mentre stasera Manuel si concederà un lusso natalizio: «Passerò al bar dove mi aspettano un paio di amici che non vedo dalla stagione scorsa: faremo festa e parleremo di come sia stata secca l’estate, la più difficile da quando ho iniziato a fare il pastore. È una cosa che faccio raramente, come tornare a casa: un paio di volte l’anno, perché la mia casa, oramai, sono le pecore» confessa senza rammarico, con il sorriso di chi, seppur giovanissimo, sa bene che i sacrifici fatti sono compensati da quella passione che gli nasce dentro, e che traspare anche nel giorno di Natale.

Antonio Gregolin

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