Bracconiere a caccia con i lacci: colto in flagrante e denunciato

Il bracconiere ha detto che voleva catturare qualche cinghiale
Il bracconiere ha detto che voleva catturare qualche cinghiale

Non aveva licenza di caccia, e anche fosse stato cacciatore, siamo comunque fuori del periodo consentito dalla legge per l’attività venatoria, ma D.D., 64 anni di Peschiera, è un bracconiere che utilizzava sistemi primitivi come i lacci a scatto per la cattura di fauna selvatica. La sua avventura è finita nelle braccia della polizia provinciale e delle guardie volontarie di Federcaccia, grazie all’appostamento operato.

 

«Avevamo ricevuto segnalazione della presenza di alcuni lacci nei boschi in località Costalunga di Sant’Ambrogio», racconta Mauro Mancassola, che con l’amico Daniele Ferrais, entrambi guardie volontarie di Federcaccia, hanno fatto un primo sopralluogo scoprendo la presenza dei lacci e provvedendo a disarmarli. Si tratta di un sistema molto insidioso, pericoloso anche per gli animali domestici e le stesse persone. Non sono armi, ma strumenti costruiti appositamente per catturare e ferire la preda che incautamente inserisce una zampa nel laccio, di corda o a volte anche d’acciaio, mimetizzato fra l’erba e le foglie di un sentiero battuto o nella boscaglia.

 

Il passaggio dell’animale fa cadere il legno che arma lo strumento e che funziona come un grilletto, facendo scattare la trappola con l’animale preso al laccio per una zampa e tenuto prigioniero, a volte anche sollevato in aria a testa in giù. La morte, se non arriva per sfinimento dopo i tanti tentativi della selvaggina di liberarsi, arriva quando il bracconiere si presenta, ma possono passare anche diversi giorni, per controllare se ci siano delle prede, provvedendo a quel punto a uccidere l’animale.

 

«Avevamo notato presenza di pelo di capriolo, segno evidente che qualche malcapitata preda era già finita nella trappola», racconta Mancassola che con Ferrais ha provveduto a disarmare le trappole per evitare che ci fossero delle catture. La trappola, fortunatamente quella della legalità, che ha messo le mani sul bracconiere, è scattata con successo lo scorso lunedì.

 

«Eravamo appostati dalle 4 del mattino nei pressi di un laccio che avevamo disarmato e verso le 8 si è presentato un uomo a controllare», spiegano. «Ci aveva avvisato la polizia provinciale che si era appostata con il cannocchiale su una collina vicina per non dare nell’occhio e segnalarci l’arrivo di auto sospette nei paraggi». Un furgone bianco ha scaricato alcuni operai per il lavoro in un vigneto vicino e uno di loro si è staccato dal gruppo per inoltrarsi nel bosco.

 

La polizia provinciale lo ha individuato da lontano e quando è arrivato al primo laccio, trovandolo disarmato lo ha rimesso in funzione. A quel punto sono sbucati dal bosco le guardie volontarie appostate e dopo tre minuti sono arrivati il commissario Anselmo Furlani e l’agente Marco Ferrais della polizia provinciale, che hanno provveduto al sequestro degli strumenti illegali trovati nel sito: quattro lacci in corda e uno in acciaio, predisposti per le trappole.

 

L’uomo è stato denunciato con notizia di reato alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale ordinario per caccia in tempo di divieto e con mezzi vietati. In questi casi infatti non è prevista una sanzione ma il processo, perché si tratta di materia penale. L’uomo, incensurato, si è giustificato dicendo che la cattura di qualche cinghiale serviva per le grigliate con gli amici, facendo capire che l’azione illegale era condivisa, quantomeno nel godimento dei frutti che ne derivavano.

 

La comandante della polizia provinciale Anna Maggio e il presidente di Federcaccia Alessandro Salvelli si complimentano per l’operazione condotta in collaborazione che ha permesso di stroncare un episodio di bracconaggio che con varietà di metodi e tecniche danneggia la corretta gestione della selvaggina condotta dai cacciatori e il patrimonio faunistico dell’intera comunità. •

Vittorio Zambaldo