MITO

LA CALLAS MANCATA

Dario Fo racconta e dipinge la Divina, come doveva interpretarla all'Arena di Verona Franca Rame Ma la moglie del Nobel morì prima dello spettacolo
La copertina del libro, l'ultimo firmato  da Dario Fo con Franca Rame
La copertina del libro, l'ultimo firmato da Dario Fo con Franca Rame
La copertina del libro, l'ultimo firmato  da Dario Fo con Franca Rame
La copertina del libro, l'ultimo firmato da Dario Fo con Franca Rame

Il mito non muore mai e quello di Maria Callas è sempre vivo e presente, pure nella memoria di chi non la conobbe, ma che ne ammira ancora oggi la sublime capacità di cantante anche nel suo offrire un contributo sostanziale all'apertura di nuovi panorami al canto moderno. Maria Callas non fu solo la Divina, l'incomparabile interprete dell'opera. Fu una donna moderna, libera e dalla personalità prorompente: «come Franca Rame», dice Dario Fo della moglie scomparsa, che si preparava a un monologo sulla Callas. Franca Rame lo avrebbe interpretato proprio all'Arena di Verona, il palcoscenico in cui la cantante debuttò in Italia, nel 1947. Sarebbe andato in onda il primo giugno 2013, ma il 29 maggio l'attrice morì. Antonella Clerici, che presentava in diretta Rai1 da Verona la serata «Lo spettacolo sta per cominciare», anteprima della stagione operistica, lo ricordò ai telespettatori. Ma quel monologo preparato in memoria della Divina non è finito nel dimenticatoio: Dario Fo lo ha compreso nel suo ultimo libro, che quindi ha potuto firmare ancora assieme a Franca Rame, e che ha riccamente illustrato: Una Callas dimenticata (Franco Cosimo Panini Editore, 116 pagine, 22 euro).
Il volume racconta Maria Callas dai trionfi all'oblio, e riporta idealmente in scena con la cantante dimenticata (quella degli anni da provinciale a Verona) anche quello spettacolo perduto di Franca Rame, proponendo il testo teatrale in tutta la sua intensità. Un doppio tributo alla memoria. La vita straordinaria di Maria Callas è narrata attraverso un dialogo a tre voci in cui la protagonista, alternandosi a Dario Fo e a una voce narrante, racconta sé stessa, le difficoltà per affermarsi, il successo, le passioni. Sono da poco trascorsi 90 anni dalla sua nascita e 67 dal suo perentorio esordio all'Arena di Verona che la impose all'attenzione internazionale. La cantante, figlia di greci emigrati in America, aveva cercato inutilmente lavoro per tre anni negli Stati Uniti. Finalmente, attraverso il direttore d'orchestra veronese Sergio Failoni e il cantante Nicola Rossi Lemeni, le fu fissata un'audizione con Giovanni Zenatello: era a New York il famoso tenore veronese e impresario, l'uomo che con la prima Aida nel 1913 aveva portato l'opera all'Arena di Verona. Dopo l'ennesima delusione (una mancata Turandot a Chicago), ecco giungerle l'agognata scrittura: La Gioconda all'Arena di Verona.
Il debutto nell'opera di Ponchielli che quell'anno apriva la stagione veronese fu il 2 agosto 1947. Non tutti capirono che sorgeva una stella nel firmamento dell'opera. Non si era trovato allora in Italia un soprano adatto, c'era curiosità per la debuttante scelta da Zenatello. Al clima d'attesa contribuirono radio e giornali che presentarono questa giovane e voluminosa donna di origini greche, proveniente dagli Stati Uniti dove era nata. Si sapeva che era arrivata in nave e il fatto che fosse stata scelta da Zenatello, responsabile della stagione lirica, ripresa solo da un anno dopo la pausa bellica, faceva ben sperare. Qualcosa di buono, tutti pensavano, doveva pure averlo, questa Kallas (appena giunta a Verona, il suo nome era scritto ancora così).
Il libro ricorda l'incontro della cantante con Giovanni Battista Meneghini, il futuro Pigmalione e marito: fu la prima persona che incontrò a Verona e che si interessò a lei. L'incontro avvenne in piazza Bra, di fronte all'Arena dei futuri trionfi. «Dopo le prove ci ritrovammo tutti in una trattoria che si chiamava Pedavena», il locale c'è ancora ma si chiama Brek, «piena di gente vociante come solo gli italiani sanno fare quando stanno a tavola. Entrò un uomo basso e panciuto, di cinquant'anni circa. Doveva essere piuttosto famoso perché tutti lo salutavano, alcuni levandosi in piedi e abbracciandolo». Lui era un'industriale e melomane. A presentarli fu il maestro Tullio Serafin. Dopo un viaggio galeotto a Venezia si stabilì fra i due un'intesa affettuosa. Dopo un mese e dopo aver alternato le prove con Serafin allo studio quanto mai assiduo con Ferruccio Cusinati, finalmente il 2 agosto andò in scena La Gioconda, ma non sotto i migliori auspici. Maria era caduta durante le prove e si era slogata una caviglia. Cantò pertanto in condizioni fisiche precarie, con difficoltà di movimento. La sua voce risultò certamente potente, ma tecnicamente ancora da aggiustare. Finite le recite in Arena, non si profilarono altre concrete occasioni di lavoro. Meneghini riuscì tuttavia a farla scritturare per il Tristano e Isotta alla Fenice di Venezia.
Il libro racconta poi gli altri incontri decisivi, quelli col maestro Tullio Serafin, il maestro del coro Ferruccio Cusinati, la cognata Pia Meneghini, amica e confidente, la famiglia Pomari, imparentata con i Zenatello e via via fino a Francesco Siciliani che la lanciò nel suo repertorio. Era nata la Divina.
Poi quella Callas cambiò: l'americana sovrappeso dimagrì fino a diventare icona nel cinema di Pier Paolo Pasolini; abbandonò il suo pigmalione di provincia per un Aristotele Onassis da jet set, per essere poi abbandonata al declino, fino alla solitaria morte a Parigi. C'è da piangere, c'è da ridere. Il mazzo di ravanelli che le lanciarono sul palco invece dei fiori, e che lei ostentò con orgoglio: senso dell'ironia o scotto pagato dalla miope al rifiuto di portare lenti a contatto? Una donna moderna e libera, una figura da tragedia greca quando incarnava la violenza dei sentimenti e dava loro voce. Le tavole dipinte da Dario Fo illustrano il testo con la forza espressiva di una variopinta scenografia teatrale, la vita di Maria Callas.

Gianni Villani

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