LA SPERANZA

Il primario: «I feriti potranno tornare presto, pesante l’impatto psicologico»

Alessandra De Camilli e Riccardo Franchin sono ricoverati all’ospedale Santa Chiara di Trento
I soccorsi sono stati immediati ma solo il tempo potrà forse ristorare le menti di chi è riuscito a salvarsi
I soccorsi sono stati immediati ma solo il tempo potrà forse ristorare le menti di chi è riuscito a salvarsi
I soccorsi sono stati immediati ma solo il tempo potrà forse ristorare le menti di chi è riuscito a salvarsi
I soccorsi sono stati immediati ma solo il tempo potrà forse ristorare le menti di chi è riuscito a salvarsi

«I medici ci hanno detto che mio figlio è un miracolato. E anch’io non trovo altre parole: forse lassù, davvero, domenica Qualcuno ha guardato in giù». Mario Franchin è il papà di Riccardo. Suo figlio, ingegnere 27enne di Barbarano Mossano, domenica era salito su quella maledetta montagna. Ora è sdraiato in un letto del reparto di Chirurgia 1, al secondo piano dell’ospedale Santa Chiara di Trento, con un trauma addominale, molto scosso e pieno di escoriazioni. Ma è vivo, unico a salvarsi del gruppo con cui quella mattina aveva deciso di intraprendere l’escursione sulla regina delle Dolomiti. Eppure il signor Franchin non riesce a gioire: «C’è sollievo, ovviamente, per la salute di mio figlio, ma in queste ore prevale la tristezza per chi ancora non si trova e chi non ce l’ha fatta».

 


Riccardo era insieme a Niccolò Zavatta, 22 anni, di Ponte Mossano, che figura ancora tra i dispersi. Con lui era partito dal paese del Vicentino per l’escursione sul ghiacciaio. «Mio figlio non aveva ancora molta esperienza», charisce il padre, «non era da molto che si era appassionato alla montagna e iscritto al Cai. Proprio per questo con l’amico avevano deciso di affidarsi a una guida con Filippo Bari». Il suo è stato uno dei primi corpi ad essere recuperati. «Nulla, una volta raggiunta la Marmolada, lasciava presagire la tragedia», assicura il padre. «Nemmeno chi era può esperto immaginava ci potesse essere del rischio. Riccardo ricorda di aver sentito un boato e d’istinto di aver iniziato a correre. Per fortuna ha scelto la direzione giusta. È stato colpito da un masso, ha perso i sensi e quando si è risvegliato intorno a lui non c’era più nessuno». Del resto della cordata, nessuna traccia. «Quando ha rivisto le immagini di quell’enorme fronte di ghiaccio e rocce che correva a valle era incredulo», prosegue Mario Franchin. «E quando si è sparsa la voce che un’altra vittima era stata identificata, si è precipitato a chiedere se fosse Nicolò», racconta il padre con un filo di voce.
Sarà quella, per Riccardo, la ferita più dura da rimarginare. Così come per Alessandra De Camilli, 51 anni, di Schio, che sul ghiacciaio ha perso la sua metà, il compagno di vita Tommaso Carollo. Lei, ricoverata in Ortopedia sempre all’ospedale di Trento, è ancora sotto choc.

 

«Per uno dei due pazienti ci sono ancora misure terapeutiche in atto, ma le condizioni generali sono buone», spiega Daniele Penzo, direttore Anestesia e Rianimazione dell’ospedale trentino, reparto in cui sono ricoverati altri due feriti, residenti nella provincia di Trento, con una situazione più complessa ma per i quali la prognosi resta buona. «Dal tipo di lesioni avute non ritengo che ci siano segnali che i ricoverati in intensiva possano sviluppare complicanze, confido che potranno essere dimessi dalla rianimazione presto. Per i vicentini, penso sia possibile il trasferimento a breve in un altro ospedale più vicino casa o anche le dimissioni e che possano tornare a casa con le proprie gambe. A preoccupare, per loro, è soprattutto impatto psicologico che un evento di questo tipo può comportare, sia per i danni riportati a loro stessi e per le persone a loro vicine. Paradossalmente, nella dinamica del crollo erano quasi più informati coloro che avevano visto dall'esterno la scena piuttosto di quelli che sono stati coinvolti marginalmente da questo fiume di ghiaccio e di sassi».

 


Una valanga sui generis, che ha preso alla sprovvista anche gli stessi soccorritori. «Non è quella che ci possiamo immaginare, con molta neve. È una valanga di ghiaccio e detriti a una velocità elevatissima e quando impatta dà conseguenze molto important». Il cui impatto visivo è stato devastante anche sulla psiche dei soccorritori e degli stessi medici: «Quando abbiamo avuto notizia del crollo del ghiacciaio abbiamo subito attivato l'unità di crisi: ci attendevamo molti feriti, ma quando verso le 17 abbiamo visto che non ne arrivavano più da ricoverare, abbiamo avuto la dimensione reale della tragedia».

Elisa Pasetto
elisa.pasetto@larena.it