L'intervista

Calenda: «Destra o sinistra? Conta fare le cose che servono. Il buonsenso dei veneti chiama l’agenda Draghi»

Il leader di Azione Carlo Calenda ieri ha fatto tappa a Padova e poi ad Asiago (Foto  ANSA/NICOLA FOSSELLA)
Il leader di Azione Carlo Calenda ieri ha fatto tappa a Padova e poi ad Asiago (Foto ANSA/NICOLA FOSSELLA)
Il leader di Azione Carlo Calenda ieri ha fatto tappa a Padova e poi ad Asiago (Foto  ANSA/NICOLA FOSSELLA)
Il leader di Azione Carlo Calenda ieri ha fatto tappa a Padova e poi ad Asiago (Foto ANSA/NICOLA FOSSELLA)

Dice che si è stancato «di destra e sinistra». Anzi, che si è «rotto le scatole». Dice che ciò che conta è «fare le cose che servono al Paese». Che a suo avviso stanno dentro l’agenda Draghi. «Io sono per l’Italia del buonsenso». Carlo Calenda, leader di Azione, ieri ha fatto tappa in Veneto, prima a Padova e poi ad Asiago, a presentare il suo libro “La libertà che non libera”. È fresco il patto con Letta, le cui conseguenze sono in evoluzione. Un patto in cui lui vuole giocare il ruolo di chi possa entrare meglio in sintonia con la parte liberal moderata della società, con il mondo delle imprese e delle partite Iva spesso vicine ad altri partiti, suoi avversari.

Calenda, c’è chi dice che il patto con Letta sia stato fatto per convenienza, per le poltrone. Lo dicono da destra, per lo più. Come risponde?
Certo che lo dicono da destra (ride)... in realtà questo è l’unico accordo politico che ha i contenuti dentro: dai rigassificatori al salario minimo, dall’atlantismo fino all’impresa 4.0. Del resto questa concretezza era la condizione per siglare l’intesa.

Un’intesa dettata dalla legge elettorale, però.
Certo, con il proporzionale sarebbe stato diverso, ma con queste regole senza un’alleanza si perde un terzo dei collegi. In ogni caso ho sempre detto che mai avrei fatto un’alleanza a tutti i costi, mai con i Cinque Stelle e mai con Di Maio.

Il segretario veneto di Azione, Marco Garbin, dice che da soli avreste preso più voti in Veneto. Non teme di perdere voti “moderati” con il patto con Letta?
Sono convinto che da soli avremmo presto più voti, ma come ho imparato lavorando nelle imprese, dalla Ferrari a Sky, ci sono scelte che si fanno per responsabilità. Cosa me ne frega di due punti in più se poi il Paese finisce sfasciato da chi ci taglierebbe fuori dall’Europa e da un buon rapporto con gli Usa? Questo patto conferma due leadership distinte, la mia e quella di Letta, che viene dalla storia della Dc, non mi pare un pericoloso comunista. Abbiamo entrambi esperienza di governo e conosciamo l’Europa.

Nel patto con Azione e +Europa il Pd fa un’alleanza “centrista”?
Noi rappresentiamo un’area liberal democratica, il Pd una più social democratica, ma ci unisce un programma che mette in sicurezza l’Italia. Ma io dico sempre che ciò che conta, come nelle imprese, è la qualità delle persone: guardate i curricula di chi si candida, perché quando votate affidate una cosa vostra, lo Stato.

Il patto Letta-Calenda sembra far perdere l’ala sinistra della coalizione. Rammaricato? O sta nelle cose, visto che Sinistra italiana ed Europa verde non sposano l’agenda Draghi?
Questo è un punto che riguarda la sinistra e se lo vedrà Letta. Quel che conta è che tra noi il patto è ferreo. Certo abbiamo delle differenze, lui è per la dote ai diciottenni e io no, lui è contro il nucleare e io a favore. Ma condividiamo tanti valori, molti di più delle destre.

In che senso?
Basti pensare che Forza Italia in Europa governa con noi, e qui si candida con la destra sovranista...

Dal patto tra lei e Letta manca, almeno idealmente, Renzi. Perché?
Guardi, sia io che Letta abbiamo detto che le porte sono apertissime, ma lui ha detto no.

C’è margine per ricucire?
Non lo so dire. Lui ha detto “mai con i Cinque Stelle”, ma poi ci ha fatto un governo, il Conte II, che è stato disastroso su vari fronti.

Però se Draghi è diventato premier una certa “responsabilità” l’ha avuta Renzi, no?
Renzi ha fatto cadere il governo Conte II che aveva creato lui. Draghi lo ha chiamato il presidente Mattarella.

Ma cosa significa “agenda Draghi” in concreto?
Significa dire dei sì e dei no. Non illudere le persone con promesse irrealizzabili. Significa atlantismo ed europeismo senza tentennamenti, sostegno alla linea dei partner europei sulla guerra in Ucraina.

E sul fronte interno?
Rivedere il bonus 110 per cento, scritto malissimo, rivedere il reddito di cittadinanza, cioè far sì che chi lo percepisce ogni settimana debba andare all’agenzia per essere ricollocato al lavoro al più presto. Significa rigassificatori, perché ne va della sicurezza energetica del Paese, e anche salario minimo, perché è giusto che ci sia. E poi abbiamo una nostra proposta...

La vuole illustrare?
Dare una mensilità in più ai lavoratori, completamente detassata e decontribuita, che gli imprenditori possono recuperare con un credito d’imposta al 50 per cento. Ci sono imprese che lo stanno facendo già, ma a carico loro. Metà dei soldi, invece, ce li deve mettere lo Stato, che con l’inflazione avrà un extra gettito Iva. È una proposta concreta, non una promessa irrealizzabile.

Il governatore Luca Zaia si era espresso in chiave “draghiana” prima della caduta del governo, salvo poi digerire la linea Salvini. Però di recente ha sollecitato alla Lega una svolta su certi temi, dai diritti all’ambiente. Crede a questa “svolta”? Lo vedrebbe in un campo politico comune al suo?
La Lega aveva la possibilità di dimostrarsi draghiana appoggiando correttamente il governo Draghi, invece ha contribuito a coprire l’Italia di ridicolo. Sono convinto che una Lega a guida Zaia non lo avrebbe fatto cadere, perché lui è un amministratore che conosce i problemi di imprese e famiglie. Però...

Però?
Però la Lega oggi è quella di Salvini, lui la guida e lui ha ricoperto l’Italia di ridicolo. E credo che gli italiani non se lo possano dimenticare.

Pensa davvero che il cosiddetto “Veneto produttivo” che si è speso per Draghi poi voterà per l’agenda Draghi? O prevarrà lo storico, per il Nordest, richiamo del voto a destra?
Non so che cosa accadrà, credo che se prevarrà questo il territorio dovrà assumersene le responsabilità. Però io sono stanco di etichette, destra e sinistra. A me che le cose siano di destra o di sinistra non me ne frega niente: mi sono rotto le scatole di sentire che il salario minimo è di sinistra e i rigassificatori sono di destra: per me sono giusti e basta, perché in questo momento storico servono a tutti. Il senso della nostra proposta è quello di un’Italia del buonsenso, che fa le cose che servono al Paese, oggi.

Salvini ha rilanciato il tema dell’autonomia. Qual è la sua posizione?
L’ho già detta più volte e la ribadisco: questa storia dell’autonomia è un po’ surreale, l’ha promessa Zaia, l’ha portata avanti Gelmini che ha lavorato sulla nuova legge. Se Salvini voleva l’autonomia non doveva far cadere il governo. Ora Gelmini è con noi in Azione e potrà dare un bel contributo in questo senso. Noi ci siamo.

Agenda Draghi vuol dire Draghi premier?
Guardi, lo discuteremo con Letta, non so se Draghi, dopo quello che gli hanno fatto, voglia esserci ancora o no: prima l’abbiamo chiamato per l’emergenza e poi lo hanno liquidato così... Però dal punto di vista ideale sì, sarei felice se fosse ancora premier, sfonda una porta aperta.

Lei ha confermato la sua candidatura a Nordest, dov’è stato eletto in Europa...
Sì, certo, questo è il collegio in cui, ormai, mi sento “di casa”.

Marco Scorzato