Wine&Food

16.01.2020

Vino, cresce l’allarme dazi Usa
I timori dei produttori veronesi

Il vino veronese rischia di essere penalizzato sul mercato Usa
Il vino veronese rischia di essere penalizzato sul mercato Usa

Consorzi e cantine veronesi con il fiato sospeso in attesa delle decisioni Usa sulla nuova lista dei prodotti a potenziale dazio aggiuntivo, che includerebbe vino, olio e pasta italiani. Intanto, da ieri, il commissario Ue al Commercio Phil Hogan è in missione negli States per «scongiurare», afferma il direttore generale di Veronafiere Giovanni Mantovani, «ciò che riteniamo un vero e proprio agguato ai danni dell’agroalimentare italiano ed europeo. L’eventuale elenco allargato del dipartimento del Commercio americano non sarà infatti esecutivo prima di metà febbraio». Per questo è necessario che l’Ue dia «riscontro alle istanze contenute nella lettera della ministra alle Politiche agricole, Teresa Bellanova, recapitata nei giorni scorsi proprio a Hogan», prosegue.

 

Insomma, si spera in un margine d’intervento. Uno spazio che però mette a disagio produttori e consorzi. «Ci auguriamo di sapere cosa accadrà nel breve termine, qualunque sia la risposta», afferma Albino Armani, presidente del Consorzio della Doc delle Venezie. «La situazione ora è surreale: nessuno compra. Tutto è immobile in attesa degli eventi. Ma in questo modo non si riesce a fare programmazione dalla vigna alla logistica». Gli Usa rappresentano il primo sbocco per la denominazione: il 37% della Doc viene assorbito dal mercato a «stelle e strisce», mentre il secondo mercato di riferimento è il Regno Unito (27%) su cui grava l’incognita Brexit.

 

La preoccupazione monta anche in Valpolicella. «Negli ultimi cinque anni i rossi veneti, tra cui la nostra denominazione incide per il 70% del valore, sono cresciuti del 46% sul mercato americano, più della media italiana nello stesso periodo», ragiona il direttore del Consorzio tutela Valpolicella, Olga Bussinello. «Confidiamo che la diplomazia Ue possa ancora evitare ciò che a tutti gli effetti suonerebbe come una beffa commerciale dopo tanti anni di investimenti in promozione verso un top buyer sempre più strategico», evidenzia. I vini a fascia media rischiano di più. «Tra questi il Valpolicella, che negli Usa realizza il 17% dell’intero export, e il Ripasso. Sull’Amarone (15% delle vendite estere negli States, ndr) contiamo sulla forte identità. Ma la leva del prezzo mette a rischio anche il nostro grande rosso», conclude. I temi saranno al centro dell’imminente Anteprima Amarone (1 e 2 febbraio). In questo scenario, la tentazione è di correre ai ripari.

 

«Il mercato statunitense vale circa l’8% delle esportazioni totali di Soave all’estero, soprattutto di fascia di prezzo medio alta. Le incertezze su questa destinazione si sommano a quelle sul Regno Unito che assorbe il 15%. Stiamo già lavorando per diversificare gli sbocchi, orientandoci sia su Paesi terzi, come Canada e Giappone che su Germania, Italia e Svezia», spiega il presidente, Sandro Gini, a capo del Consorzio tutela Soave. «Veronafiere», assicura Mantovani, «proseguirà nell’attività di supporto del settore nel principale mercato mondiale», che secondo le stime dell’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor, su dati doganali, vale per l’Italia 1,8 miliardi (+5%), per un’incidenza di quasi il 28% dell’export totale di vini tricolore. «Per la prossima edizione di Vinitaly amplieremo del 20% la presenza di operatori statunitensi ospiti, accelerando nel contempo sulle nuove frontiere commerciali. Il comparto è ancora troppo legato agli sbocchi tradizionali», avverte. I dazi aggiuntivi fanno paura anche Oltreoceano.

 

«Quelli finora imposti ai vini francesi e spagnoli hanno generato un incremento dei prezzi quantificabile tra il 10 e il 35%, assorbito soprattutto da produttori o importatori», fa notare Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola e Federvini. «In caso di dazi al 100%, come si prospetta, le bottiglie costerebbero il doppio. Le conseguenze ricadrebbero su tutta la filiera del vino Usa: solo il 25% sarebbe caricato sui produttori italiani; il restante 75% andrebbe in tasse, servizi distributivi e logistica, ai danni degli operatori Usa», aggiunge. «Gli importatori di vini europei temono per la sopravvivenza delle loro aziende: i consumatori potrebbero optare per bevande alternative, in sostituzione alle nostre grandi produzioni», conclude. •

Valeria Zanetti
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