Pallone d'oro

16.03.2020

«Zerbato, Pauletto, Ravelli...
Che tecnica i miei ragazzi»

Renato Marangoni ha allenato cinque candidati al Pallone d’oroIl Pallone d’oro 2020 non si ferma ma si adatta all’emergenza
Renato Marangoni ha allenato cinque candidati al Pallone d’oroIl Pallone d’oro 2020 non si ferma ma si adatta all’emergenza

Quando i loro sogni erano come nuvole, lui era il vento: spingendole, dava loro forma. Renato Marangoni, ex tecnico delle giovanili del Verona, apre a una memoria dolce, fatta di orgoglio e di ricordi tutti a colori: l’indispensabile, in questi tempi grigi. Cinque attuali candidati al Pallone d’oro de L’Arena, kermesse che prova a porsi come diversivo all’ansia da Covid-19, son passati dalle sue mani. E non solo loro... «Se scorro la lista vedo molti volti noti», dice. «Ho allenato la classe 1991 dell’Hellas in età esordienti. Quell’anno abbiamo vinto tutto. E Zerbato...». Un nome forte, il capitano del Caldiero. Un fotogramma? «Semifinale di un torneo giovanile a Saronno, era il 2004, giocavamo contro il Parma. Rimessa laterale per noi: Lorenzo controlla, si gira, e picchia a rete da trenta metri: gol pazzesco. Uno spettacolo. Poi in finale abbiamo vinto sul Torino». Anche Mattia Pauletto e Luca Bonfigli erano in quella formazione... «Esattamente, Pauletto gran bel mancino, a metà campo faceva il suo. Di Bonfigli mi ha impressionato la crescita come punta: aveva gran doti tecniche e giocava più indietro. Il calcio è strano a volte. Per fortuna». Un solo dogma per lei: il 4-3-3 non si tocca. Lo usa ancora oggi che allena i giovanissimi del Concordia? «Sì, quello è il mio modulo. Copre bene il campo, dà soluzioni offensive, lascia spazio all’inventiva. Mi ha sempre dato certezze». Allenò Lorenzo Testini con l’annata 1990 anche se è un classe 1992. Se lo ricorda? «Eccome, non giocava sempre ma aveva un tocco di palla d’altra categoria. Non l’avevamo portato con i ’90 per caso. Era arrivato fino alla Primavera, sono felice giochi ancora». Ha collaborato con Stefano Zarattoni nella Berretti del Verona di un giovanissimo Jorginho. Un aneddoto? «Pensate che all’epoca abbiamo fatto il ritiro precampionato a Erbè, in mezzo alle zanzare, e adesso lui è al Chelsea. Fate un poi voi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Nei momenti di pausa palleggiavo con lui: non serve che dica fosse bravissimo coi piedi, no?». Aveva pescato Gianmarco Ravelli all’Isola Rizza e l’ha ritrovato nella Berretti. Oggi è un candidato forte dell’Alba Borgo Roma. Molti pensano avesse le doti per sfondare... «Da bimbo si faceva beffe dei più grandi. La sua jella è stata l’infortunio ai legamenti quando, in età allievi, aveva tutto per diventare un professionista. Nella vita, come nel calcio, non si può controllare tutto. Peccato ma se ancora oggi si parla di lui un motivo c’è». Dovesse scegliere un talento puro rimasto inesploso, tra i suoi ragazzi? «Ne dico due. Quando allenavo i 1994 del Verona, avrei scommesso tutto su Terence Badu e Carlo Alberto Calvetti. Il secondo è stato sfortunato quand’è arrivato al Milan. Il calcio è strano, ti cambia il mondo sotto gli occhi e nemmeno te ne accorgi». Chi era Renato Marangoni quando giocava? «Un mediano faticatore, giocavo per la squadra. Sono arrivato fino in Serie D». Il calcio oggi è in stallo. Giusto fermare dilettanti e «prof»? «Assolutamente sì, con la salute non si scherza. Per i dilettanti mi fermerei qui, il rischio è troppo elevato». Come definisce il calcio attuale? «È una disciplina in evoluzione che deve tornare ad appassionare. Per farlo, serve lavorare sulla tecnica: ci si innamora dell’attrezzo, ora vedo certa pochezza...». Il suo consiglio per tenere accesa la passione anche in periodi come questo? «Tenersi in contatto, trovare diversivi e condividere una responsabilità comune. Stiamo a casa, ne va della salute di tutti noi».

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