25 maggio 2019

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18.02.2019

«Giocare in squadra insegna a gestire anche un’azienda»

Dopo aver ultimato la maratona di New YorkMaurizio Danese in sella a una moto durante la rassegna dedicata alle due ruoteDanese ammira una Ferrari
Dopo aver ultimato la maratona di New YorkMaurizio Danese in sella a una moto durante la rassegna dedicata alle due ruoteDanese ammira una Ferrari

«Lo sport insegna a non avere paura, a credere sempre in una nuova possibilità, perché dietro a una sconfitta, germoglia il seme di una futura vittoria». Di questo è convinto il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese. Lo sport nella sua vita? Sì. Ho giocato a calcio nella categoria pulcini, proseguendo fino all’età di 18 anni. A un certo punto ho smesso, poiché mi sono disinnamorato del sistema, avendo assistito a episodi di violenza allo stadio. Mi sono appassionato al running fin da ragazzino e l’ho sempre praticato. Io e il mio gruppo storico di amici runner, un bel giorno, ci siamo incontrati per allenarci, ponendoci una grande sfida. Così, nel 2009, abbiamo partecipato alla Maratona di New York. Ci abbiamo creduto e siamo riusciti a percorrere la gara senza mai fermarci. Un’esperienza bellissima. Cosa Le ha insegnato lo sport? Lo sport insegna che è importante dare senza aspettarsi nulla in cambio, come metafora di vita. Quando giocavo a calcio amavo il ruolo di mediano: volevo difendere la squadra e aiutarla a vincere. Così, nella vita professionale, sono molto contento quando vedo i miei collaboratori crescere in ottica di gruppo. Lo sport, come abbattimento di barriere, culturali, sociali, fisiche, è possibile? Lo sport ha il grande pregio di annullare le differenze. Penso al calcio, alla pallavolo, giochi di squadra in cui esiste un gruppo che compete per un risultato condiviso, a prescindere dal colore della pelle o dalla nazionalità. Penso, con grande stima, agli atleti paralimpici, che dimostrano come i limiti non esistano e, spesso, siano più mentali che fisici. Trova similitudini tra sport e impresa, in termini di spirito di squadra, allenamento, concentrazione, resilienza? Sì, certamente. Di frequente lo sport è utilizzato nella formazione aziendale per aggregare il team o rafforzare la leadership e comprendere che, giocando assieme, si vince, imparando a fidarsi gli uni degli altri. Degli sportivi di oggi, qualcuno la rappresenta…? Alex Zanardi. Il suo modo di fare e vivere lo sport aiuta tutti noi a capire che nella vita ciò che accade di negativo può essere trasformato in un’opportunità, dando una lezione di estrema importanza. Le emozioni, nello sport, giocano un ruolo importante. Contano di più del risultato finale? Le emozioni vanno dominate, altrimenti giocano brutti scherzi. Bisogna imparare a gestirle, trovando un equilibrio, così si affrontano i momenti di crisi o di paura e si è in grado di arrivare al risultato finale con serenità. Qual è il ruolo della sconfitta nella crescita di uno sportivo sia nella disciplina sia nella vita? Una sconfitta dovrebbe essere vissuta come una buona occasione di crescita. Se perdi, vuol dire che qualcun altro è stato più bravo di te, quindi il messaggio è chiaro: bisogna impegnarsi di più in vista delle sfide future. Qual è il ruolo dei genitori nell’educazione sportiva dei figli? È fondamentale. Dovrebbero avvicinarli ai valori positivi dello sport ed essere per loro un esempio di disciplina, motivandoli e stimolandoli a vivere le sconfitte con spirito competitivo, senza abbattersi. Quale il ruolo dell’allenatore? È il custode del futuro dei giovani atleti. Essendo una guida, dovrebbe riconoscere il talento e seguirlo per aiutarlo a mettere a frutto le proprie capacità. In un parallelismo tra sport e azienda, il buon imprenditore deve essere un bravo allenatore per i propri collaboratori, captando le loro potenzialità e aiutandoli a esprimersi al meglio. Ha un ricordo sportivo che porta nel cuore? Prima di partire per la Maratona di New York, ho allenato la mente a contare le miglia come fossero chilometri, visualizzando simbolicamente una distanza minore da percorrere. L’auto-inganno è servito, infatti, pur con fatica, ma senza rendermene conto, sono giunto alla fine della Maratona. Peccato non aver considerato i rimanenti 200 metri, che si sono rivelati i più massacranti di tutto il percorso. Ma ne è valsa la pena. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maria Cristina Caccia
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Frosinone
24
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16
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