13 agosto 2020

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05.08.2009

«Io, il Chievo, l'Hellas,


 Luca Campedelli, 41 anni,  guida il  Chievo da 17 stagioni. L'ha portato dalla C all'EuropaFOTOEXPRESS&UDALI
Luca Campedelli, 41 anni, guida il Chievo da 17 stagioni. L'ha portato dalla C all'EuropaFOTOEXPRESS&UDALI

Con quella faccia un po' così, che hanno (anche) a Verona. Luca Campedelli sorride. Lo farà spesso, lungo i passi di un faccia a faccia scandito da toni bassi e verità profonde, da sussurri e grida che teneva dentro da tempo e che ha voglia di raccontare. Non gli succede spesso e forse per questo, quando lo fa, se si decide a farlo, vale la pena ascoltare. Luca Campedelli ha il pregio (grandissimo) di parlare poco e dire molto, evitando, spesso e volentieri, le cose banali e quelle scontate. Dal suo balcone privilegiato, con vista sulla serie A, dà un'occhiata al fiume che scorre, al tempo che passa, al calcio che cambia, al Chievo che non cambia, a una favola che non c'è più, a un'altra che (forse) sta per cominciare, a sogni mai finiti, a qualche illusione perduta. Rispetto a ieri, dice, è cambiato un bel po' e non solo per via degli anni che volano. Siede lì, dietro a quella scrivania, da 17 anni. Era poco più di un ragazzo, s'è fatto uomo in fretta. Era un romantico che pareva inguaribile, ma di romanticismo glien'è rimasto giusto un filo, grattato via tutto il resto a colpi di Cragnotti e di Cesari, di sgambetti e colpi bassi, "... dai quali ci siamo rialzati più forti". Lui e il Chievo, dentro una città ("... una regione", precisa) di cui non è ancora (forse) arrivato al cuore. La sua prossima scommessa probabilmente è questa.
"Non lo so, non so se succederà, voglio dire. Però, detto tra noi, non è neanche che ci perda il sonno. Se succede, bene, se non succede, pazienza. Non voglio stare in paradiso a dispetto dei santi, giusto per essere chiari".
Perché il Chievo è amato in tutta Italia e forse non altrettanto a Verona?
"Guardi, ho smesso di pensarci. Mi tengo la simpatia e l'affetto che incontriamo dappertutto, Europa compresa, quando ci andiamo. Per il resto, l'ho detto, se ci vogliono siamo qua, se non ci vogliono, chiedo solo ce lo dicano chiaramente".
Si sente un po'... sopportato...
"Già, sopportato è la parola giusta e non mi piace per niente, non ce lo meritiamo neppure. Non piango, né mi fascio la testa, per carità. Ma il Chievo non è un male necessario, il Chievo è una realtà, alla faccia di chi continua a considerarci di passaggio. Il prossimo, sarà l'ottavo campionato di serie A, chiaro?".
Messaggio rivolto a...
"Messaggio rivolto a tutti quelli che possono e dovrebbero capire. A chi ha in mano i destini della città, ad esempio. L'ho detto, non mi va di sentire quell'aria un po' così, diciamo di sopportazione e ci siamo spiegati. Piuttosto ignorateci, molto meglio e molto più onesto".
Parla ai politici?
"A certi politici, senz'altro. Io credo che ognuno abbia il diritto di esprimere le proprie idee, per carità. Ma quando guidi una città, quando occupi certi ruoli, devi sempre distinguere il pubblico, dal privato. Mi sono spiegato?"
Si spieghi meglio...
"Bene. Anche a me piacerebbe vivere come un cittadino qualunque, ma da 17 anni non posso farlo. Perché fare il presidente comporta certe scelte e certe rinunce, come ogni ruolo diciamo così pubblico. Soprattutto se rappresenti una città".
Senta Campedelli, parliamo della fusione scomparsa?
"Dica, sono qua..."
Come sono andate davvero le cose?
"Mi pare che L'Arena abbia scritto le cose corrette, una volta tanto (sorride). Era un'opzione percorribile, poi non se n'è fatto niente".
Quanto siete stati vicini alla fusione?
"Beh, non vicinissimi, magari, ma con Martinelli se n'è parlato a lungo. Poi la cosa è rimasta lì, probabilmente è tramontata, devo dire che adesso non ci penso più e non mi pongo il problema di quello che potrà accadere in futuro. E poi, altra cosa cui tengo, smettiamola di dire che si voleva la fusione per costruire il nuovo stadio. È una balla colossale, le due cose non erano unite".
Anche se lo sembravano...
"A qualcuno faceva comodo farlo credere. L'idea dello stadio va per conto suo. Questo stadio è vecchio, punto e basta e andrebbe ricostruito secondo altri criteri. Ma dire che fusione e stadio nuovo andavano a braccetto è una stupidaggine interplanetaria".
Osservazione, in quel Bentegodi c'è la storia e la storia non si cancella...
"La storia non si cancella mai. Per caso, Wembley aveva poca storia? E Highbury? Gli inglesi li hanno abbattuti. Non si cancellano mai vittorie ed emozioni, quelle restano per sempre. Tanto per essere chiari, non si cancella uno scudetto, costruendo un nuovo stadio".
Presidente, lei credeva alla fusione?
"Qui bisogna scindere l'aspetto della passione, dei sentimenti, diciamo del punto di vista del tifoso da tutto il resto. Questo ha sicuramente inciso perché il progetto trovasse ostacoli e non andasse in porto. Ma per il resto, se la guardiamo da un'ottica imprenditoriale, la logica portava per forza di cose a un unico obiettivo. Per quello, del resto, se n'era parlato a fondo. E non lo pensavo solo, io, chiaro? Sarebbero stati due interessi che si univano, due forze e non due debolezze".
Ma il calcio non è matematica: non è sicuro che una sola squadra avrebbe lottato per la Uefa...
"Vero. Com'è vero che Verona ha sostenuto e può sostenere due squadre. È avvenuto, avviene, avverrà ancora a lungo. A patto però che non si pretenda la luna. Ecco, diciamo che assieme, sarebbe stato più facile programmare il futuro e, magari, pensare in grande".
Lei ha smesso di farlo?
"No, scherza? Io continuo a pensarci, se non avessi più voglia di farlo, magari non sarei qua. Vede, quando mi chiedono qual è il momento più bello della mia avventura di presidente, rispondo "deve ancora arrivare". E non lo dico solo per dire".
Allora, la favola non è finita...
"Piano, mettiamoci d'accordo. La favola è finita, lo dico adesso e non lo dirò mai più. Basta favola, perché su questo qualcuno ci gioca. Il Chievo è una realtà consolidata, 8 anni di serie A, Coppa Uefa, preliminari di Champions, rappresentiamo Verona, anzi, il Veneto, in serie A. Siamo una delle due squadre di calcio della città, non dico la prima o la seconda, ma ci siamo. Vorrei che questo fosse chiaro a tutti".
Campedelli, dovesse cancellare qualche errore?
"Beh, Cragnotti e l'altra storia col Bologna. Un affare da 60 miliardi di vecchie lire, più o meno. Tra quelli non incassati dalla Lazio e quelli che abbiamo dovuto pagare al Bologna. Purtroppo, allora era così, forse non eravamo preparati a gestire una situazione come quella. Succedesse oggi, non finirebbe così".
E l'avventura in Europa? E la retrocessione di due anni fa?
"Distinguiamo. In Europa mi spiace soprattutto il discorso della Champions. Avremmo giocato in stadi che hanno fatto la storia del calcio. Un po' di rimpianto c'è. La retrocessione di due anni fa? E' una sconfitta figlia di tanti errori. Siamo caduti per colpa nostra, bisogna essere onesti. Ci sarebbero bastati tre pareggi in più e invece li buttammo via, se vuole le dico anche dove e come".
Il giocatore che vorrebbe sempre con sé...
"Di quelli del passato? Brighi, senz'altro. Franceschini? Beh, è un rimpianto di Giovanni Sartori. Lui sostiene sempre che lasciarlo partire fu una cazzata. Poi, vediamo, se tornassi indietro, magari, mi sarei tenuto Amauri e avrei ceduto Semioli, magari rinunciando a qualche soldo. Ecco, certe volte dovrei seguire di più il mio istinto".
Dovesse spedire tre biglietti per dire grazie a qualcuno...
"I nomi li ho, ma se li faccio, magari, qualcuno che non ringrazio, s'arrabbia. Ne faccio uno solo, lui è fuori discussione: Giovanni Sartori".
Presidente, mai parlato così tanto. Allora è vero che Campedelli è cambiato...
"Mettiamola così, scriva che ho capito che non sempre è giusto far silenzio. Ogni tanto, qualcosa bisogna pur dire, no? A star sempre zitti non guadagni punti. D'altra parte, dal primo anno di A è passato un po' di tempo. Allora, per tutto il Chievo, la A era un sogno, un po' come l'isola che non c'è. Adesso l'isola c'è. E guai a chi ce la tocca".

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