09 luglio 2020

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29.11.2012

E Cadè disse «Porrino, ora

E Cad&#232; disse<br /> 
 &#171;Porrino, ora <br>
E Cad&#232; disse<br /> &#171;Porrino, ora <br>

Vediamo se te lo ricordi. Chi, Porrino? Sì, proprio lui, Porrino. Ma sì, dai, quello con i baffi, debuttò con l'Inter, in casa. «Prendemmo tre gol». Anni '70, in piena era-Zigoni, roba che a pensarci adesso ti vien voglia di tornare indietro e non muoverti più da lì. Quando il calcio era ancora quello di «Tutto il calcio minuto per minuto», di un tempo in registrata la domenica sera (7 e un quarto) e della Domenica Sportiva. Quando t'incollavi alla Tv perché se i gol non li vedevi lì, li avevi persi per sempre. Mica come adesso, via, che ti fan passare la voglia di andare allo stadio e arrivi a sera con la nausea da calcio, il rigetto del gol. Fra Marzocchi, Galeazzi, Paola Ferrari, Civoli, Ilaria D'Amico, Piccinini, Pistocchi, finisci per cambiare canale, ché tanto hai già visto tutto. No, allora non era così. Allora i tuoi calciatori li vedevi allo stadio, qualche volta all'allenamento e poi la domenica sera. Diventavano idoli anche per questo. Al massimo, qualche intervista sui giornali. In piena era-Zigoni bastava arrivasse un ragazzo semplice, da Caserta, Calvi Risorta, per l'esattezza, e diventava un idolo. Anche se giocava poco e se era un ragazzo schivo. Umile. Te lo ricordi Porrino? Lui era così. Arrivò in punta di piedi, in un Verona terra di buon vino e di altrettanti buoni portieri. Arrivò nell'anno di Pierangelo Belli, che veniva dal Milan dov'era stato il secondo del ragno nero Cudicini. Porrino si mise in fila, com'è giusto. Parlava poco, aspettava tanto. La sorte gli diede una mano, anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Successe che Belli fu colpito da una disgrazia familiare, la morte della mamma. Un colpo durissimo. Porrino si trovò allo scoperto. «Gioca tu» gli disse Cadè. Eccolo, Porrino. Debutto con l'Inter, era il 14 ottobre 1973. Ha 22 anni, magari gli tremano le mani, ma si fa forza. «Sono un ragazzo del sud, sono qui per farmi strada, non posso mollare». La tentazione gli era venuta più volte, in quei primi tempi di Verona. Solo, lontano da casa, senza più le certezze della sua vita, la famiglia, gli amici, le corse giù al fiume che scorreva «al paese mio». In più, l'obbligo di essere sempre e comunque all'altezza, «perché qui, ragazzo mio ti giochi il tuo futuro». Gli pesava. Così, a volte, gli prendeva la voglia matta di far fagotto, mettere assieme le sue cose e salutare la compagnia. «Gianfranco, io vado a casa» disse un giorno a un compagno. Gianfranco era Zigoni. Il matto della compagnia. Il simbolo di quel Verona. Zigo era un mito per tutti, anche per i suoi compagni. «Sei matto, Beppe?» gli rispose Zigo. «Resisti, sta' qua, vedrai che tra un po' passerà. Ti troverai bene, butta via la malinconia, te fasso vedar mi come che xe fa...». Le cronache dell'epoca narrano del vecchio Zigo che se lo portava in stanza e dalla finestra di Veronello si divertiva a sparare a qualche obiettivo lontano. «Guarda che mira che gò...» gli faceva Zigo. E scacciava la malinconia, sua e anche quella del portiere. Porrino era sempre in altalena, come se un destino sottile lo tenesse sempre appeso a un filo. Giocava e non giocava, mai del tutto dentro, mai completamente fuori. Era rimasto per giocare e invece tra i pali ci finiva spesso Giacomi. Così gli prendeva la strana voglia di scappare da quel mondo che faceva fatica a pensare come suo. «Resta, te vedarè che te me de reson» gli urlava il vecchio Zigo. Andò così. «C'era Porrino a Terni, quando vincemmo lo spareggio con il Catanzaro e andammo in A. E proprio Porrino ci salvò all'ultimo minuto con una gran parata. Salvò anche me, avevo sbagliato due gol incredibili, non stavo neanche in piedi per il caldo...Non finirò mai di ringraziarlo». Le mani di Porrino sulla serie A. Per questo, c'è anche lui nella lunga, gloriosa storia dell'Hellas...

Raffaele Tomelleri
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