05 giugno 2020

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31.03.2020

Dainelli: «Al Chievo
la mia rinascita
Pazzini un grande»

Dario Dainelli, 40 anni. Per lui 168 presenze e tre reti con il Chievo. In maglia Hellas tredici gettoni in serie A FOTOEXPRESS
Dario Dainelli, 40 anni. Per lui 168 presenze e tre reti con il Chievo. In maglia Hellas tredici gettoni in serie A FOTOEXPRESS

I suoi primi 40 anni. Ventuno spesi sul campo, da professionista. Tre ere calcistiche in un soffio. Gli inizi ad Empoli, l’addio a Livorno. La sua Toscana come alfa e omega di una carriera senza urla. Vissuta compostamente sottovoce. Caos calmo? No, stile Dainelli. Dario oggi è supervisore dell’area tecnica della Fiorentina. A Verona ha regalato sette anni della sua vita (sei e mezzo con il Chievo, sei mesi con il Verona). In periodo di intemperie esistenziali, forse, è arrivato il momento di salutarlo come mai è stato fatto. La premessa la mette lui. «Parlare di calcio è quasi un’eresia. Parlare del futuro del calcio, quantomeno inopportuno. Vinciamo la battaglia con il virus, poi torneremo a fare la cosa che ci piace di più. Tutti ne hanno bisogno». Una battaglia alla volta.

Dainelli, debutta da professionista a Modena nel 1998, e chiude la sua carriera a Livorno nel 2019. Vent’anni come hanno cambiato il calcio?

«Spogliatoio e gruppo sono concetti senza tempo. Fondamentali per tutti. Anche la parola: divertimento. Se non ce l’hai, è finita. Il mio calcio è nato con Spalletti, Martusciello, Esposito e Cappellini all’Empoli. Erano i miti da ammirare da ragazzino della Primavera».

E come si è chiuso?

«Si è chiuso nell’era di Cristiano Ronaldo. Fenomeno di campo, social e mediatico».

Un onore...

«Giocare con Roberto Baggio».

Un onore giocare contro?

«Ronaldo, il Fenomeno. Ma anche Zidane. Campioni in grado di affascinarti con il loro modo di giocare».

I più forti di sempre?

«Il Barcellona di Guardiola. Ci giochiammo contro quando ero alla Fiorentina. Marziani veri. Ma anche la Juve dei Thuram, Cannavaro, Trezeguet e Ibra aveva una forza impattante da paura».

Quanti allenatori le sono entrati dentro?

«Sono figlio di cento storie. L’agonismo e la carica di Mazzone, la lettura dei giocatori di Spalletti, che mi ha dato certezze di campo. Poi, Malesani, che mi ha insegnato a giocare sempre la palla. E Prandelli, che mi ha migliorato tantissimo nella tecnica individuale».

Da chi avrebbe voluto farsi allenare?

«Eriksson. Io ero all’inizio della mia carriera a Lecce e di lui mi dicevano: tira il fuori il meglio di chi allena, ti mette a tuo agio, ti permette di dare tutto».

Il calcio che cercherò di ripartire di chi avrebbe bisogno in campo?

«Di uno alla Paolo Maldini. Esempio, bandiera e pure campione. Qualità e longevità».

Firenze e Verona sono le “belle donne“ che ha amato. Lontanissime tra loro?

«Affascinanti a modo loro. Firenze è donna bellissima, che sa di esserlo. E per questo, un po’, se la tira. Verona è bellissima a sua volta. Ma più...alla portata».

I suoi momenti top in viola e al Chievo?

«L’ultimo anno fiorentino, con la vittoria del girone di Champions. Al Chievo la stagione dopo l’operazione al crociato. Una rinascita».

Il Chievo di quest’anno visto da lì?

«Buona impressione si atteggiamento e gioco. Ma è mancata concretezza».

Il futuro del calcio?

«Sta scritto nell’esplosività di Mbappè».

Il futuro del suo amico Pazzini, che va a scadenza con il Verona?

«Lunga vita al Pazzo. Deve giocare ancora e penso abbia voglia di farlo. Una stagione che si interrompe così non può essere la fine della sua carriera».

A casa da solo in salotto. Le partite da guardare?

«Per me: Roma-Lecce, il mio esordio in A. Per tutti: Italia-Argentina del Mondiale del ’90». •

Simone Antolini
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Serie A

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35
Parma
35
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Cagliari
32
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30
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28
Torino
27
Sampdoria
26
Genoa
25
Lecce
25
Spal
18
Brescia
16
Cagliari - Roma
3-4
Juventus - Inter
2-0
Lazio - Bologna
2-0
Lecce - Atalanta
2-7
Milan - Genoa
1-2
Napoli - Torino
2-1
Parma - Spal
0-1
Sampdoria - Hellas Verona
2-1
Sassuolo - Brescia
3-0
Udinese - Fiorentina
0-0