22 ottobre 2019

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12.09.2019

Bentivoglio, spirito Chievo «Lì chi cade poi si rialza»

Simone Bentivoglio in una foto di sei anni fa con la maglia del Chievo
Simone Bentivoglio in una foto di sei anni fa con la maglia del Chievo

I suoi due mondi. Acqua e terra. Venezia e Verona. Quella del Chievo. I ricordi di Simone Bentivoglio si intrecciano nell’approssimarsi di una sfida che per l’ex centrocampista gialloblù (oggi al Siena in C) non può essere banale. Il Chievo sabato sarà in laguna. «Tre anni, scorci stupendi, ricordi che porterò con me per sempre», la sintesi del rondò veneziano di Simone. «A Verona invece ho preso casa. Bellissima città. Bellissima avventura col Chievo. Sabato si affrontano le due squadre che più mi hanno lasciato nella mia carriera da “prof”». Il Chievo è tornato in B. «C’ero io la prima volta. Ricordo tutto. Le facce, l’ambiente, la voglia». Da lì deve ripartire Marcolini? «Quel Chievo non aveva accettato la retrocessione. I pensieri di rivalsa erano dominanti. La società, e faccio riferimento a Campedelli e Sartori, aveva lanciato subito un segnale molto forte: chi cade, poi si rialza. E quello fu il senso del nostro campionato». Lei la vive da fuori, pensa, però, esistano analogie? «Lo spirito Chievo deve essere lo stesso. Quando arrivai a Verona trovai la vecchia guardia a fare da traino. Penso a Mandelli, lo stesso Marcolini, Pellissier, Moro, Italiano, pure gli altri. Furono loro a trasmetterci subito quella voglia di ripartire e di cercare il pronto riscatto in campo». Marcolini e Pellissier ci sono ancora. Con ruoli diversi. «Sono gli uomini giusti. Perchè hanno respirato a sufficienza l’aria di Veronello. Credo che queste siano le stagioni in cui conta parlare poco, il giusto. Michele ha carisma, conosce molto bene l’ambiente. E il mondo Chievo è unico. Difficile da spiegare se non hai potuto viverlo da dentro. Al Chievo, quest’anno, serviva proprio un allenatore da... Chievo. Uno che non aveva bisogno di capire dove era arrivato. Ma già in grado di impostare dal primo giorno la stagione sui valori che hanno accompagnato il Chievo nel suo passato più recente». Sente arriva di rivoluzione? «A volte diventa necessario cambiare molto. A volte è giusto cambiare niente. Penso proprio al Chievo retrocesso dalla A la prima volta, capace di trattenere tutti i suoi pezzi migliori per riprovare da subito la scalata. Dipende dai momenti». Pare che al Chievo, quest’anno, pensino più a ritrovare un’anima perduta per strada. «Fondamentale che sia così. Se il Chievo si dimentica di essere il Chievo, poi rischia di non ritrovarsi più». Ha parlato di Marcolini ma non del nuovo Pellissier. Altro ruolo, stesso club. «Sergio non poteva andare da un’altra parte. E il Chievo non poteva scegliere meglio di lui. Si conoscono. Non hanno bisogno di parlarsi. Auguro a Pellissier di ripetere da dirigente la straordinaria carriera che ha avuto da giocatore. Lo considero una leggenda. Ha numeri incredibili. E col Chievo ha fatto cose eccezionali. Credo che si farà trascinare anche nel nuovo ruolo, dallo stesso entusiasmo che ha sempre avuto da giocatore. Prima parlavo di esempi virtuosi: ecco, Sergio è il numero uno». Oggi, però, in campo vanno altri. A chi si deve affidare il Chievo? «Vignato ha talento, Giaccherini ha esperienza e talento. Meggiorini ormai è una bandiera. Djordjevic vorrà dimostrare tante cose. Il Chievo riparte da loro. E da altri». Da che parte starà sabato? «Non posso scegliere. Tifo per entrambe. In campo va la mia storia e non posso fare torto a nessuno». Anche a Siena avrà già sentito odore di storia. «Pazzesco: la città pare sospesa nel tempo, tutto ruota attorno al Palio, non esiste giorno che non se ne parli. Vivo a piazza del Campo, uno spettacolo che mi si propone ogni giorno. La storia dice chi siamo, perciò il Chievo deve appellarsi al suo passato». •

Simone Antolini
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