05 giugno 2020

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29.03.2020

Baldini ha preferito la libertà E Nember il minimo sindacale

Silvio Baldini allenò il Chievo nella stagione 1997-’98Michael Bradley
Silvio Baldini allenò il Chievo nella stagione 1997-’98Michael Bradley

La virtù all’improvviso. Il mondo invaso dal virus cerca buone notizie. Il calcio fermato dal Covid-19 cerca nuove vie da percorrere. Tra le altre: la riduzione degli ingaggi dei calciatori. C’è chi lo fa. C’è chi non ci sta. C’è chi l’ha già fatto. Lontano da questo tempo, sotto nessuna pressione, senza frustrazione. Regalando l’esempio. Senza la pretesa di trovare imitatori. Alcuni sono passati anche dal Chievo. In tempi diversi. Quando la Favola fioriva, quando poi pure il ricordo sfioriva. Il primo che viene in mente è Silvio Baldini, un tecnico «a modo suo». Che nel finire della sua carriera ha deciso di sostituire le regole dei santoni del calcio con le logiche di filosofi moderni. Baldini, visto al Chievo ventidue anni fa in B, oggi allena a Carrara, due passi da Massa, la terra dei natali. Terzo gradino del professionismo, terza stagione di fila nel club toscano. Un calcio ai soldi, non all’identità. In una lunga intervista rilasciata a «Rivistacontrasti», Baldini ha spiegato il senso della sua scelta: «Ho proposto alla presidenza di allenare gratis a patto che venissi messo nelle condizioni di essere libero, cioè di non avere a che fare con dirigenti e di rispondere del mio operato solo a me stesso». Così cambia tutto. A questo, forse, il mondo del calcio non è pronto. La logica di Baldini, diventa insostenibile appena fuori dal suo micro cosmo. Ma il suo resta esempio. Da prendere come tale. Il senso di Silvio sta tutto in questa sua riflessione: «È importante ribaltare i punti di vista e magari affidarsi alle sensazioni, che ogni tanto diventano intuizioni». Prima che il campionato venisse interrotto dal virus, la Carrarese di Baldini era seconda nel girone A di serie C. In piena corsa playoff. Da Verona è passato, con il ruolo di direttore sportivo, il lombardo Luca Nember, attualmente libero da vincoli dopo avere interrotto il suo rapporto di lavoro con il Trapani lo scorso gennaio. Nember, arrivato al Chievo nel luglio del 2013, ha dovuto convivere con i fantasmi di un passato glorioso. La Diga del Chievo dei miracoli era stata progettata da quel grande architetto lodigiano che porta il nome di Giovanni Sartori. Quattro anni intensi. Maremoti e intuizioni. Venti freddi ma anche scelte azzeccate. Poi l’addio. Nember, passato alla direzione sportiva del Foggia tra i cadetti, giusto un anno fa rinunciava a un anno e mezzo di contratto fino al giugno 2020, riscrivendo i suoi accordi con la società pugliese, e scegliendo di mettersi al minimo sindacale per gli ultimi tre mesi di campionato. Finito poi malissimo per i rossoneri: sconfitti a Verona nell’ultima giornata di campionato, retrocessi e pure falliti. Nember, però, è l’altro esempio virtuoso. La causa prima dell’interesse personale. Il destino lo avrebbe comunque costretto a cambiare. Ma giudicare, poi, è esercizio facile per tutti. Un altro: ve lo ricordate Micheal Bradley, il centrocampista statunitense passato dal Chievo nel 2011? Una sola stagione, trentacinque presenze, una rete. Quanto basta per garantirsi il trasferimento alla Roma. E il ritorno a casa nella Major League Soccer con contratto ricchissimo. Quasi sei milioni netti a campionato per vestire la maglia dei Toronto Raptors. Bradley è titolare inamovibile della squadra canadese e anche della Nazionale a stelle e strisce. Pure lui esempio virtuoso quando decise di rinunciare ad un milione del suo ingaggio affinché il suo club perfezionasse l’acquisto di Jozy Altidore, attaccante evidentemente molto stimato da Mike. «Non ci ho pensato nemmeno un secondo», le sue parole. «L’importante era fare in modo che quest’operazione andasse in porto». C’è del buono sulla terra. E a volte contano più i richiami del cuore che gli zeri in fondo ai contratti. Di zeri, al contratto quasi pronto per Sergio Pellissier, Inter e Napoli ne avevano messi in fila da togliere il sonno. La storia è nota: si può rinunciare ad essere se stessi. O rinunciare ad un ingaggio da capogiro. Pellissier scelse la terza via: rinunciare a ciò che non voleva essere. Senza tagli all’anima. C’è chi può. •

Simone Antolini
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