23 settembre 2019

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19.08.2019

Birarelli Atto 17, capitano intramontabile

Emanuele Birarelli, capitano di Calzedonia FOTOEXPRESS
Emanuele Birarelli, capitano di Calzedonia FOTOEXPRESS

Emanuele Birarelli, capitano di Calzedonia ed ex bandiera azzurra, è pronto, a 38 anni, a giocare da protagonista la sua 17a stagione in A1. Oggi finalmente tornerà a sudare in palestra con i compagni dopo una lunga pausa estiva. Si rimetterà al lavoro determinato a regalarsi un altro campionato ad alto livello. Domani, invece, con la squadra (mancano Boyer, Jaeschke e Solè) incontrerà i tifosi al Bluvolley Sporting club. Un’altra stagione difficilissima. Difficile dire che stagione sarà, sappiamo chi arriverà in alto. Ma tolte le prime tre o quattro squadre ci sono tante formazioni allo stesso livello. Tanti sestetti nuovi e bisognerà capire come andranno, tipo Monza con Kurek o Piacenza con Nelli. Vedremo. E Cazedonia avrà Cester. Sono contento, con Enrico abbiamo giocato in Nazionale e sono felice sia arrivato al di là che giochiamo nello stesso ruolo. È un giocatore validissimo con grande tecnica e un gran fisico: la natura gli ha dato tutto per essere uno dei migliori centrali al mondo e secondo me ha ancora tanto da dare. Diciasette stagioni in A1, quanti campionati farà ancora il Bira? A questa età si ragiona anno per anno. Vediamo come andrà la stagione, spero di stare bene come sono stato l'anno scorso, stagione molto positiva per me, purtroppo ho saltato i play off perché proprio in quella settimana purtroppo ho avuto mal di schiena. Per il resto sono stato benissimo, mai saltato un allenamento e i numeri erano buoni. Comunque vediamo, a metà anno si farà una valutazione e si deciderà. Finché sto bene mi piacerebbe giocare, questo sì. A me piacerebbe fare un altro anno, almeno. Vediamo, dipenderà anche da quello che deciderà la società. Come sta la pallavolo in Italia? Lo stato della pallavolo italiana è in crescita. Poi abbiamo passato diverse fasi. Oggi i brasiliani e i russi sono praticamente scomparsi. Se togli Bruno non ci sono altri brasiliani. Non c'è alcun russo. I polacchi più forti restano a casa loro. Però ci prendiamo tantissimi serbi, francesi, tedeschi e anche americani. Attratti anche dalla qualità della vita. Qui a fare la differenza è la scuola degli allenatori. Il livello è molto alto. Quindi non è esattamente la verità quando si dice che questo è il campionato più forte di sempre. Succede perché viviamo molto nel presente, il movimento stesso cerca di promuovere un campionato che è bellissimo, ma il più bello di sempre non saprei dire. Ricordo squadre incredibili, la Sisley del 2002 era una squadra pazzesca. Però allora forse non tutte le squadre erano attrezzate, mentre ora lo sono anche quelle di bassa classifica. Il livello comunque è alto: se una squadra schiera Leon, Atanasijevic, De Cecco e un'altra ha Bruno, Leal e Juantorena ecco che siamo di fronte a sestetti che sono anche difficili da migliorare tanto sono forti. La Federazione cosa potrebbe fare per valorizzare di più il volley? Dovrebbe concentrarsi forse di più sul reclutamento dei ragazzi perché è sempre più difficile portarli in palestra e scoprirne di bravi. Per quanto riguarda la Lega, invece, dovrebbe magari spingere per mutare i calendari. Il campionato dura poco e non è un bene per gli sponsor e per le società visto che si riduce la visibilità. Ma anche per i giocatori perché la forbice tra chi gioca in Nazionale e chi non ne fa parte è troppo grande: i primi sempre impegnati e gli altri fermi 4, 5 mesi, un tempo lunghissimo. Il volley diventerà mai uno sport professionistico? La strada è lunga e complicata ma sarebbe una bellissima cosa. La gente non lo sa nemmeno. Quando dico che non abbiamo una assicurazione, non abbiamo contributi, spalanca la bocca. Il treno del professionismo purtroppo è passato tanti anni fa e oggi sarebbe una battaglia durissima da combattere ma si potrebbe provare a trovare una soluzione intermedia che possa coprire determinate lacune e dare un po' di sicurezza a tutti quelli che lavorano nel mondo della pallavolo, non solo ai giocatori, perché parliamo di società sportive dilettantistiche. C'è poi l'annosa questione dei cartellini. Non è una questione semplice. Già le società investono poco nel settore giovanile, e quelle poche che lo fanno cercano magari di portare a buon livello uno, due giocatori nel giro di 5, 8 anni. E se questo investimento non è ripagato, le società non sono nemmeno incentivate. Dall'altra parte, però, tanti ragazzi sono rimasti invischiati nel vincolo sportivo perché spesso gli interessi tra atleta e società non coincidono e questo potrebbe condizionare molto una carriera. Bisognerebbe anche qui trovare una strategia intermedia, magari fissare dei limiti di tempo o di età e sicuramente abbassare i parametri perché quelli che ci sono hanno poco senso, sono fuori mercato. La pallavolo ha ancora appeal per i giovani? Ma io credo di sì. Lo spazio sui media c'è, soprattutto in televisione. La Nazionale riesce spesso ad arrivare in prima serata su Raidue e questo non è da tutti gli sport, anzi. Solo il calcio ha questo spazio. E questo è ottimo. Si tratta semmai di fare un lavoro alla base, soprattutto nelle scuole, portare i ragazzi in palestra e farli appassionare. Deve essere un lavoro fatto sul territorio. L’Italia intanto andrà a Tokyo. Faccio tanti complimenti ai ragazzi, sono stati molto bravi a qualificarsi subito per le Olimpiadi e non era affatto scontato. Alla fine abbiamo rischiato molto di più contro l'Australia che con la Serbia. Dove ho visto un'Italia molto determinata e con un grandissimo Giannelli. •

Marzio Perbellini
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