11 dicembre 2019

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02.12.2019

«La classe» di Iacozzilli, la paura che ci fa diventare adulti

La storia, il modo in cui viene raccontata, pupazzi che sembrano vivi e un uso dei rumori straordinario. Basterebbe questo per rendere indimenticabile «La classe» di Fabiana Iacozzilli che sposta avanti l'orizzonte del teatro di figura. Plauso al Teatro Laboratorio che lo ha invitato nel festival «Non c'è differenza», dove è arrivato già carico di premi (In-Box e Associazione Nazionale Critici di Teatro) e fresco finalista agli Ubu. 

 

«La classe» è uno spettacolo sui ricordi dell'infanzia e sui diversi modi in cui li elaboriamo e ci condizionano da adulti. E sul come una paura scolastica abbia svelato una vocazione teatrale. Iacozzilli ha recuperato i ricordi dei suoi compagni di scuola elementare, di quella classe terrorizzata da Suor Lidia, presentandoli come una «Classe morta» di Kantor, della quale non mancano le citazioni. I rumori sono fondamentali, aprono squarci anche nella memoria di chi guarda: i passi pesanti, lo stridore delle matite sul foglio, i respiri amplificati dei pupazzi. I personaggi si muovono su tavoli di scuola che paiono tavolacci da macello, mentre le voci (vere) rievocano le botte arrivate dalla suora e quella famosa recita scolastica che ha cambiato la vita di almeno uno di loro.

 

Iacozzilli si avvale dei molto efficaci burattini di Fiammetta Mandich, dagli occhi enormi e le fattezze di un disegno infantile, e di un ottimo gruppo di interpreti che li animano, dentro i suoni di Hubert Westkemper e le luci di Raffaella Vitiello altrettanto protagonisti.

 

Il festival prosegue ancora oggi con «Fiore di Kemp» di Michela Pezzani alle 18,30 e domani con «Il piccolo principe» in braille alle 11 per le scuole e la proiezione di «Solo no» di Lucilla Mininno alle 21. 

Daniela Bruna Adami
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