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23.02.2015

Laurel, il più divertente di tutti

Stan Laurel con l'Oscar alla carriera nel 1961
Stan Laurel con l'Oscar alla carriera nel 1961

È probabile che il nome Arthur Stanley Jefferson non vi dica nulla. Se, invece, al posto di quello vero citiamo il nome d'arte (Stan Laurel) già una lampadina si accende. Basta sostituire quest'ultimo con quello che aveva in Italia (Stanlio) perché chiunque lo identifichi all'istante come la metà magra e stralunata dell'immortale duo Stanlio & Ollio (in originale Laurel & Hardy). Una fama più che meritata visto che, a cinquant'anni dalla morte (avvenuta il 23 febbraio 1965), Laurel resta uno dei massimi comici e forse il più grande inventore di gag del Novecento.
Nato il 16 giugno 1890 a Ulverston (Inghilterra), si formò sui palcoscenici britannici prima di arrivare in America a seguito della compagnia teatrale di Charlie Chaplin. Laurel conobbe per caso Oliver Hardy sul set di Cane fortunato (1921) e, dopo anni di lavoro fianco a fianco, nel 1927 i due ottennero la prima pellicola impostata esclusivamente su di loro come coppia (Metti i pantaloni a Philip), anche se il nome Laurel & Hardy sarebbe arrivato poi in Lasciali ridendo (1928). Il resto, come si dice, è storia: quasi duecento film insieme (muti e sonori) e un successo che dura ancora.
Laurel, che del duo era il motore trainante e il supervisore artistico, non si riprese mai dalla morte di Hardy (spentosi il 7 agosto 1957): lasciò il cinema e il mondo dello spettacolo, ma accettò l'Oscar alla carriera nel 1961, dispiacendosi solo che Oliver non potesse condividere quel momento. Nonostante la sua salute fosse ormai compromessa, Stan non perse mai il proprio umorismo e minacciava così gli amici: «Se qualcuno di voi piangerà al mio funerale, non vi parlerò mai più». Si dice che in punto di morte abbia detto all'infermiera: «Vorrei essere in montagna a sciare». «Le piace sciare, Signor Laurel?», «No, lo detesto ma sempre meglio che stare qui». Durante la sua veglia funebre, Buster Keaton mormorò: «Chaplin non era il più divertente e non lo ero io: lo era quest'uomo».

Angela Bosetto
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