29 febbraio 2020

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30.12.2019

La Messa di Gloria
nasconde i tesori di Puccini

L’occasione di ascoltare La Messa di Gloria di Puccini in programma nel concerto di fine d’anno per la Fondazione Arena al Teatro Filarmonico è talmente prelibata da mettere in secondo piano gli altri festeggiamenti. Un forziere dove il ventenne lucchese ripone il materiale a cui poi attinge rielaborandolo, tutta la vita. Nel 1778 alla chiesa di San Paolino ci fu l’esecuzione di una messa composta dagli allievi dell’istituto musicale nel quale si fecero notare un mottetto di Puccini e il suo «Credo». L’anno dopo Puccini compose una Messa a quattro voci di cui il «Credo» era quello scritto due anni prima e includeva il mottetto inserito dopo il «Credo». Questa messa fu pubblicata nel 1951 con il titolo errato di Messa di gloria. La composizione intona, come di norma, i brani dell’«Ordinarium Missae». Ossia i testi immutabili durante tutto l’anno liturgico: «Kyrie», «Gloria», «Credo», «Sanctus et Benedictus», «Agnus Dei». Il «Kyrie» è basato su due idee melodiche di cui Puccini utilizzerà la prima, dolcissima, nella sua seconda composizione operistica, Edgar. Nella sezione finale del «Gloria», «Cum Sancto spiritus» la fantasia creativa del maestro lucchese è dimostrata dalla quantità di tecniche contrappuntistiche imitative utilizzate. Nel «Benedictus» una dolce melodia per baritono fornirà poi una frase per il minuetto del secondo atto di Manon Lescaut. Come l’«Agnus Dei», per tenore e baritono soli, utilizzato nel «madrigale» della stessa opera, dove le terzine delle parole «dona nobis pace» si stagliano ripetute dall’orchestra.

Elena Biggi Parodi
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