29 febbraio 2020

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27.01.2020

Godere la musica? Serve
sensibilità, non solo cultura

Qualche giorno fa vado a rifornirmi di carburante al mio solito distributore. Sto ascoltando il Quartetto in si bemolle maggiore op. 130 di Beethoven e non spengo la musica perché sono arrivata alla famosa Cavatina. Beethoven chiama con la denominazione propria di un tipo di aria, quella con cui un personaggio si presenta in scena, il quinto movimento del quartetto che è uno dei suoi più importanti lasciti testamentari e ci sono varie testimonianze che questo brano lo commuovesse fino alle lacrime. Il benzinaio (ma la macchina non è a benzina) mi apostrofa: «Bella la musica, ma non quella musica lì». «Perché?- chiedo io, - è strana», risponde. Forse dovremmo farla ascoltare ai bambini perché si abituino, come facciamo con i sapori, che gli facciamo assaggiare di tutto, suggerisco conciliante. «Perché solo ascoltare?», dice lui. Ecco il nodo della questione. È pensiero comune che ci voglia qualche nozione di storia dell’arte per godere delle arti visive. E che comunque sia importante per la formazione dell’individuo conoscere i maggiori capolavori. Godere dell’arte non è immediatamente collegato a voler imparare a dipingere. Non c’è dubbio che se uno ha fatto un corso di pittura comprende meglio una velatura, una campeggiatura, ma per godere del Canova non è indispensabile aver dato qualche colpo di scalpello. Se Per Elisa è immediata la possibilità di comprenderla anche al primo ascolto, per godere dei Quartetti e delle Sonate ci vuole più attenzione. Ma ciò che si ottiene in cambio vale le lacrime di Beethoven.

Elena Biggi Parodi
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