29 febbraio 2020

Spettacoli

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16.09.2019

Ciajkovskij e la rivoluzione
che prelude al Novecento

La musica cambia insieme a noi. Si trasforma quella composta di nuova fattura, ma anche quella del passato. Nelle diverse epoche chi ascolta trae dai medesimi oggetti artistici differenti e nuovi significati. Prendiamo il noto primo concerto per pianoforte di Cajkovskij, appena eseguito per il Settembre del’Accademia. All’epoca, nel 1874, fu considerato lontano dal modello beethoveniano, perseguito dalla cultura accademica. Risultò squilibrato fin dalle dimensioni del primo movimento, che sovrasta i due successivi, e definito «rozzo» dal direttore del Conservatorio di Mosca, Nicolaj Rubinstein; tanto che il celebre pianista ne rifiutò la dedica. Nel ‘900 fu considerato il manifesto del tardo romanticismo. Oggi, siamo capaci di intravederne aspetti che anticipano il linguaggio del ‘900. Dopo l’inizio palesemente romantico, con il gesto drammatico dei corni, seguiti dalla lunghissima melodia struggente degli archi, il pianoforte si presenta in modo inconsueto. Con reiterati accordi in forte, che pur producendo un’intensificazione drammatica della melodia conduttrice, realizzano una scansione serrata, un comportamento percussivo non lontano dal Mahler della Sesta sinfonia o da quello che Stravinskij affiderà in modo innovativo agli archi. L’intenzione è dichiarata da Cajkovskij il 3 settembre 1874: «Martello al pianoforte quei passaggi che mi escono dalla mente». Può essere considerata antiromantica la scelta di accostare, in modo repentino, all’apoteosi dei momenti d’effusione lirica, il registro linguistico basso del folclore.

Elena Biggi Parodi
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