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01.02.2016 Tags: Musica

Una Cenerentola in stile cartoon
dalla ricca vocalità acrobatica

Una scena della «Cenerentola» di Rossini che ha debuttato ieri al Teatro Filarmonico FOTOSERVIZIO BENZONIAya Wakizono (Cenerentola) e Pietro Adaini (don Ramiro)
Una scena della «Cenerentola» di Rossini che ha debuttato ieri al Teatro Filarmonico FOTOSERVIZIO BENZONIAya Wakizono (Cenerentola) e Pietro Adaini (don Ramiro)

Il teatro di Rossini con i suoi equilibri un po’ assurdi eppure rigorosi, la smania di creare vittime tra il grottesco ed il sontuoso, il bisogno di rompere gli ordini logici con uscite paradossali, del divario e quasi del contrasto, si conferma anche in La Cenerentola, forse la migliore composizione dove pone i principi della sua originalità.

L’allestimento dell’opera, andata in scena ieri con pieno successo in un esaurito Filarmonico, nella regia di Paolo Panizza - con le scene di Franco Armieri e le coreografie di Lino Villa - ha perfettamente aderito a questo mondo di fantasticherie, di sintesi cinematica, dove il “cartoon” domina incontrastato col suo felice desiderio di sincronizzare il bene e il male. Una regia curatissima, quella di Panizza, tagliata con acume su ogni singola parola del libretto, ricca di trovate funzionali (e spassose) ad un progetto teatrale che offre una visione vicina alla sensibilità dei nostri giorni.

Una Cenerentola poi di lussureggiante e acrobatica vocalità, di preponderanza del canto d’agilità, specie per la protagonista e il suo spasimante Ramiro, con profusione di vocalizzi e gorgheggi, dove Rossini crea un linguaggio quasi irreale, che ristabilisce il clima fiabesco di Perrault, contraddistinto inizialmente dalla fulminea e felice caratterizzazione dei personaggi: vedi l’arguta caricatura di Don Magnifico, un arrampicatore sociale, un buffo che snocciola una stramba filastrocca in stile sillabato, mentre in orchestra si intrecciano brevi e guizzanti spunti melodici e accompagnamenti di solennità burlesca.

Anche la protagonista Angelina si presenta con immediatezza nell’andantino Una volta c’era un re, tra una pacata rassegnazione al presente melanconico ed un avvenire felice e regale, ma che ha pure un senso concreto della vita e ambizioni smodate. Nel suo duetto con Ramiro, travestito da scudiero, le languide fiorettature e le vezzose volatine creano veramente il clima innocente ed estatico di un amore fiabesco. L’ingresso di Dandini provoca poi un’ulteriore sferzata in senso fiabesco: l’ebbrezza del povero servo che assapora le delizie della vita dei principi. Presentati così, i personaggi - incluse le sorellastre Clorinda e Tisbe che cantano in coppia- sono spinti da Rossini in continue scene d’assieme.

In questa Cenerentola abbiamo ammirato il vitale mezzosoprano giapponese Aya Wakizono, vocalista straordinaria, ma pure attrice carismatica, non il solito archetipo della vittima piagnucolosa e inerte, ma una donna di carne, volitiva e coraggiosa. Don Ramiro è l’eccellente Pietro Adaini, in grado di passare con grande disinvoltura da un fraseggio vario ad acuti folgoranti. L’epilogo acquista così un sapore diverso ed è il frutto più della lotta e della determinazione che di un intervento esterno: Alidoro non è un maestro saggio, ma una specie di burattinaio lieve e surreale, con un ruolo più di facilitatore che di stratega.

Alla testa del coro maschile e dell’orchestra areniani bene in palla, Sebastiano Rolli firma una concertazione estremamente teatrale, cucita su misura per la messa in scena, con cui forma un blocco interpretativo inscindibile, nella scelta dei tempi e delle pause, dove il suono è morbido e rotondo.

Nel cast dei giovani dell’Accademia della Scala c’è anche da segnalare Modestas Sedlevicius. Giovanni Romeo possiede invece il physique du rôle per interpretare lo sgarbato e astioso Don Magnifico e il basso Simon Lim è un Alidoro potenzialmente ideale.

Lettura più che corretta quella delle due sorellastre, ben caratterizzate da Chiara Tirotta (Tisbe) e Cecilia Lee (Clorinda). Successo indiscutibile per tutti.

Gianni Villani
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