25 febbraio 2020

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20.05.2015

Ivanova al pianoforte Un'esuberanza vitale

Elizaveta Ivanova nel concerto dell'Accademia Filarmonica in Sala Maffeiana FOTO BRENZONI
Elizaveta Ivanova nel concerto dell'Accademia Filarmonica in Sala Maffeiana FOTO BRENZONI

Elizaveta Ivanova ha iniziato i suoi studi pianistici, ancora all'età di quattro anni, frequentando la scuola di musica Yakov Flier di Mosca e proseguendoli al Collegio Accademico del Conservatorio Ciaj-kowskij della sua stessa città natale, dove si è diplomata cum laude. Nel 2012 ha vinto il primo Concorso pianistico internazionale Città di Verona con un programma costruito secondo l'efficientissima didattica russa. La concertista si è presentata, l'altra sera in Sala Maffeiana, per la rassegna Giovani pianisti in Accademia, confermando il suo stato di grazia e di forma, con una prima parte barocca (Bach figlio e Rameau) e una seconda completamente novecentesca dove spiccavano i tre Preludi dello svizzero Franck Martin, il Preludio e Fuga op. 87 di Shostakovich e la Sonata n° 8 di Prokofiev.
Soprattutto con questi due ultimi autori, russi come lei, è risaltata la sua eccezionale padronanza dello strumento, la sua esuberanza vitale, anche se la Gavotte dalle Nouvelles Suites de pièce de clavecin di Rameau è stupendamente immersa in un alone sonoro, prezioso ed evocativo per l'uso di molto pedale, per la continua alternanza di legato e staccato, dai suggestivi riflessi timbrici. Con buona pace della filologia, siamo qui all'opposto del suono chiaro e penetrante del clavicembalo, ma all'interno di una estetica della bizzarria e della sorpresa che è profondamente barocca, senza rispettare i canoni interpretativi del barocco. Un paradosso, ma che mostra di funzionare perfettamente.
IL PRELUDIO e Fuga in si bemolle maggiore di Shostakovich, da lei affrontato nella ripresa, porta a completa maturazione la poetica del grottesco. È in sostanza una rimeditazione moderna del Clavicembalo ben temperato di Bach (molto conosciuto in Russia e largamente usato a livello didattico) dove il musicista coniuga accademismo e ironia, contaminando qualche fuga con il suo carattere introspettivo, ma che ha una moderata esuberanza armonica e una certa modestia armonica. Serve comunque di preparazione alla pianista per introdurre la più impegnativa Ottava Sonata di Prokofiev. Un lavoro assai complesso, questo, in tre soli movimenti, assai dilatati nella struttura, dove innumerevoli sono le idee e gli spunti, tali da far dimenticare una certa prolissità negli sviluppi e nei due tempi estremi.
La Ivanova mostra di trovarsi completamente a suo agio con l'ironia di Prokofiev, sia quando è sorridente, sia quando è graffiante. Il suo approccio è diretto - le dita sono di acciaio, superbamente scattanti - e privilegia il timbro staccato, ma anche il gusto per un'asimmetria del fraseggio derivata da un uso costante e talvolta estremizzato del rubato e di variabili dinamiche elevate in spazi intervallari ridottissimi. Suona Prokofiev con tocco affondato, e non solo percussivo, che dà vantaggi non solo in termini di morbidezza, ma soprattutto di varietà d'accenti, di ricchezza timbrica, di novità espressiva. L'approccio originale della pianista e l'incedere meno perentorio o assertivo del brano è di una tensione soggiacente, anziché essere sempre energicamente espresso. Un approccio che trasporta in un mondo come surreale, fatto di allucinazioni, di paure materializzantesi in una atmosfera mozzafiato, che risulta di un fascino straordinario.
Elizaveta Ivanova riceve al termine grandi e unanimi consensi, ripagati col bis delle Danze rumene di Bartok e con il suo diretto ringraziamento, quando saluta a uno a uno ogni spettatore all'uscita dalla sala. G.V.

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