29 gennaio 2020

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19.11.2019

Il quartetto della Branch tra jazz e ritmi caraibici

La trombettista Jaimie Branch
La trombettista Jaimie Branch

La presenza della trombettista Jaimie Branch a Verona, per il secondo appuntamento con la rassegna “Jazz en rose” al Teatro Ristori, stasera alle 20.30, è l’occasione per ascoltare qualcosa di diverso dal solito. Sul palco salirà infatti il quartetto della trombettista di Chicago che con il suo disco d’esordio «Fly or Die», a cui ha seguito il mese scorso «Fly or die II», ha mostrato la capacità di sfuggire ad ogni categoria troppo facile mischiando improvvisazione, jazz, ritmi caraibici, sperimentalismo rock e free music. Nata a New York nel 1983, a nove anni si è trasferita con la famiglia in un sobborgo di Chicago. Da adolescente le sue passioni sono state il punk e i Nirvana, ma lo studio della tromba, iniziato a scuola, l’ha spinta ad ascoltare Miles Davis ma anche ad interessarsi alla sempre vivifica e attuale scena jazz della Windy City. Nei primi anni Duemila ha alternato lo studio della tromba e del sound engineering e ha collaborato, rivelando uno spirito libero e una straordinaria personalità musicale, con molti protagonisti di primo piano delle nuove musiche e dell’avanguardia. Assieme a lei al Teatro Ristori ci saranno i musicisti con cui ha registrato il suo ultimo cd: Lester St Louis al violoncello, Jason Ajemian al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria e percussioni. Cosa ci farà ascoltare a Verona? Sicuramente il concerto sarà incentrato sull’ultimo mio disco «Fly or die II». Qual’è stata la genesi di questo disco? È una prosecuzione del mio disco d’esordio. L’ho registrato con quelli che io considero i miei musicisti ideali esattamente un anno ed è stato pubblicato l’11 ottobre scorso. Penso ci siano un po’ tutti i riferimenti musicali della mia storia personale, della mia carriera, di tutto quello che mi ha appassionato e incuriosito che ho ripreso e ripensato a modo mio. Come definiresti la tua musica? Non mi piacciono molto le definizioni. Se vuoi, se ti fa comodo puoi usare la parola “jazz”, va bene. Anche se penso che il suono, la musica suonata scivoli al di là di ogni facile definizione nel momento in cui arriva all’ascoltatore, nel momento in cui dice qualcosa. Quanto è stato importante per te essere vissuta ed aver suonato per anni a Chicago? Moltissimo. Io sono cresciuta a Chicago e imparare a suonare e formarsi musicalmente in una città così particolare è stato certamente molto stimolante, anche se la cerchia dei musicisti con cui ho avuto a che fare non è enorme. Tra i tanti con cui ho suonato ci sono Ken Vandenmark, Rob Mazurek, ma anche tanti gruppi della scena più attuale. A proposito di Rob Mazurek, ho letto che alcuni critici stabiliscono un parallelismo tra te e lui. Questo per me è un complimento. Rob è un grande amico, ma anche un modello. Ho collaborato con lui nell’Exploding Star Orchestra. Chi sono i trombettisti che hai amato di più? Don Cherry e Miles Davis per il suono, le composizioni e le idee, Booker Little per l’energia. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luigi Sabelli
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