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26.02.2014 Tags: Musica

Il pianoforte e il trio di Guidi al servizio dell'originalità

Il pianista jazz Giovanni Guidi al Camploy FOTO BRENZONI
Il pianista jazz Giovanni Guidi al Camploy FOTO BRENZONI

Giovanni Guidi, il penultimo protagonista della bella rassegna Verona Jazz Winter (che si chiuderà domenica col concerto a Ristori di Brad Mehldau, già tutto esaurito) non è certo un pianista che rimanda con evidenza a una scuola ben precisa, anche se nella sua musica non mancano abbondanti tracce della tradizione free e addirittura qualche blue note di arcaica memoria. In realtà Guidi riesce a fare emergere un proprio carattere senza rimanere schiacciato da nessun modello. In questo senso la sua è una personalità a tutto tondo e l'ha dimostrato bene nel concerto al Camploy, alla guida del suo trio.
Sono davvero moltissime le doti del pianista umbro che sembra scavare prevalentemente in verticale nel ritmo e nell'armonia più che percorrere l'orizzonte dello sviluppo melodico: la sua musica sembra nascere da una ricerca portata avanti a livello strutturale e anche quando i temi sono ben definiti (come nella nebbiosa versione di Quisaz quisaz quisaz) il trio si sofferma sui singoli accordi da cui sembra voler far traspirare ogni singola componente. Un modo di procedere che rarefa notevolmente la consistenza e le trame dei brani e che sicuramente ha il grande pregio di sviluppare una musica molto originale e ricca di una propria intensità, riflessiva e talora chiusa in un'essenzialità scarna, come quando si basa su uso abbondante dei silenzi (nell'iniziale Ocean view).
Così brani come Leonie o City of broken dreams fanno pensare una sorta di dimensione post moderna del jazz in cui la musica può fluttuare ma anche sbocciare in una serie di vettori ritmici sostenuti dalla baldanzosa intesa dei tre. A dare manforte alla ricca tavolozza di Guidi ci sono infatti la libera progressione di Morgan ma anche l'enorme gamma rumoristica del batterista portoghese Joao Lobo, capace di suonare il charleston con l'archetto o giocare a curling con i piatti sulle pelli dei tamburi quadrando sempre il cerchio su una prospettiva ritmica molto ricca anche se fatta di elementi semplicissimi.
Alla fine i trecento spettatori hanno apprezzato e nel bis arriva You ain't gonna know me cause you think you know me, del batterista sudafricano Louis Moholo Moholo, altro esponente di una scuola di cui Guidi, a proprio modo, sembra aver fatto tesoro.

Luigi Sabelli
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