03 giugno 2020

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22.03.2020

Gigli, la voce lirica che fece grande l’Italia

Il grande tenore Beniamino Gigli
Il grande tenore Beniamino Gigli

Angela Bosetto «Nella nostra memoria, ogni volta che ascolteremo certi pezzi d’opera tipicamente lirici, risuonerà fatalmente l’immagine del fraseggio, del canto e della voce di Beniamino Gigli». Così il critico e musicologo Fedele D’Amico ricordava uno dei più grandi tenori della prima metà del Novecento: Beniamino Gigli nato a Recanati centotrent’anni fa - nel marzo del 1890 - la cui immensa popolarità internazionale (coadiuvata da una serie di fortunate tournée) fu seconda solo a quella di Enrico Caruso. Il suo debutto avvenne il 14 ottobre 1914, al Teatro Sociale di Rovigo, nei panni di Enzo Grimaldo ne «La Gioconda» e nel 1916, al Teatro Ristori di Verona fu Edgardo in «Lucia di Lammermoor». Entrambi i titoli divennero suoi cavalli di battaglia, insieme a «Mefistofele» (opera, affrontata per la prima volta al Massimo di Palermo, con cui avrebbe poi esordito al San Carlo di Napoli, al Regio di Torino, alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York), «Andrea Chénier», «La bohème», «Tosca» e «Martha». Grazie a quest’ultima opera, approdò in Arena nel 1929, dove sarebbe tornato anche nel 1932 («L’Africana»), nel 1934 («La Gioconda» e «Andrea Chénier») e nel 1950 («La Forza del destino»). Sorretta da una tecnica solidissima e da un naturale abbandono al sentimento, la vellutata, duttile e musicale dolcezza della sua voce gli permise di spaziare dal belcanto di Bellini e Donizetti al romanticismo verdiano, dal repertorio francese al verismo di Puccini, Cilea, Giordano, Leoncavallo e Mascagni (sotto la cui bacchetta incise «Cavalleria rusticana»). A dispetto del physique du rôle poco cinematografico e della recitazione piuttosto convenzionale, Gigli approdò anche al grande schermo e partecipò a una ventina di film, tra cui «Non ti scordar di me» di Augusto Genina (1935) e «Mamma» di Guido Brignone (1941), entrambi portati al successo dalle omonime canzoni napoletane da lui interpretate. Quando, il 30 novembre 1957, Gigli venne stroncato da un infarto nella sua casa romana, Giovanni Leone (allora Presidente della Camera) gli rese omaggio con queste parole: «Nella sua gloriosa ascesa artistica, nella quale toccò le vette più alte, egli fu sempre ambasciatore di italianità. Le folle di ogni paese, tratte dal magistero del suo potente e dolcissimo canto verso le regioni dell’assoluta bellezza, non potevano dissociare il nome di Beniamino Gigli dal nome d’Italia». •

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