22 settembre 2019

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10.08.2019

Bosso pronto per l’Arena «Palcoscenico dei sogni»

Ezio Bosso sarà a Verona domani per i Carmina BuranaI Carmina Burana nell’allestimento del 2015
Ezio Bosso sarà a Verona domani per i Carmina BuranaI Carmina Burana nell’allestimento del 2015

È uno straordinario pianista e direttore d’orchestra, Ezio Bosso, ma non solo. Il suo innato talento ha conquistato col tempo la scena italiana. Un personaggio che ha ridato interesse e freschezza alla musica lirica e che domani sera (21.45) si presenterà per la prima volta in Arena dirigendo i Carmina Burana nell’anfiteatro scaligero. «Sono tutti debutti», racconta con un grande sorriso. «Ogni volta che affronti un nuovo lavoro è un debutto. Tutto funziona però se sei disposto a continuare nella tua ricerca musicale…altrimenti sei morto». Come giudica l’invito ricevuto dall’Arena? «Un vero onore perché è un invito al musicista. Poetico è quello che Cecilia Gasdia mi ha sussurrato: “quando ci parliamo tra di noi musicisti le cose succedono”. Riempire l’Arena come ai bei tempi è un impegno a cui mi dedicherò con tutti i miei compagni di viaggio, è il palcoscenico dei sogni di ogni musicista». Come considera questa eccezionale partitura? «Stupefacente nell’inventare il suono di una parola antica, capace di essere inclusivo, didattico, propedeutico. Al di là di una cantata profana, è un’opera nell’opera, il percorso della vita, un viaggio nel tempo per tornare a dare alla contemporaneità un messaggio, che possa essere anche di tipo politico». Le sue composizioni sono ancora rivolte al cinema? «Sono stato “usato” dal cinema per quelle tre o quattro volte in cui la mia musica è servita, ma in realtà non ho mai pensato di scrivere appositamente per film. È un errore in cui incappano in molti per il successo di qualche pellicola e questo fa credere che io mi dedichi a questo genere». Riusciremo ad ascoltare in futuro a Verona qualche suo brano? «Non amo dirigere le mie musiche. Sono disposto a dirigere qualunque brano da voi, anche un ciclo di Mahler o di Beethoven.. Ho un debito con i veronesi. Lo dico sempre: i miei genitori furono protetti a Verona negli anni della guerra. Se non ci fosse stata Verona, non sarei nato. Mandarli in Arena fu il primo regalo che gli feci assieme a mia sorella, non ci erano mai stati». Dal suo osservatorio londinese come vede la salute della musica italiana? «C’è molto razzismo verso gli italiani: vengono pensati solo come voci del belcanto, mai come generatori di un pensiero profondo. Si dimentica che se non ci fossero stati i Guido d’Arezzo, i Giovanni Palestrina non ci sarebbe stata la polifonia da cui inventare la musica. La musica non ha steccati, la si vuole collocare entro dei confini, a seconda dei vari interpreti. Gli italiani sono un po’ più bravi». Cosa le ha lasciato l’insegnamento di Abbado? «Ci penso ogni giorno. La lezione di Claudio fa parte della mia vita. Non basta fare bene, al massimo. Alla musica ci devi anche credere. Così puoi prendere del tuo e trasferirlo». •

Gianni Villani
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