18 novembre 2019

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16.10.2019

Blues senza bugie, a Cerea esibizioni da brividi per 6.000 appassionati

 «Il blues è la mia passione, neanche tanto segreta. Quando suono Finardi, “l’è el me’ mestè”, è il mio lavoro, ma suonare blues è solo piacere».

Con queste parole Eugenio Finardi si è presentato alla platea di Blues Made in Italy a Cerea. La più grande fiera del blues in Italia ha richiamato all’Area Exp oltre seimila appassionati da tutta Italia – una somma calcolata per difetto; in realtà la ressa sotto il palco era superiore a quella dello scorso anno, un’edizione con cinquemila presenze.

Blues Made in Italy 2019, la decima edizione, è stata una maratona di musica: «Abbiamo iniziato alle 10.30 del mattino», ha spiegato il chitarrista e divulgatore Lorenz Zadro, ideatore della manifestazione, «e abbiamo superato la mezzanotte, con artisti su tre palchi, senza mai fermarci un attimo. Già dal mattino l’Area Exp era piena».

Tra gli oltre 50 artisti ha brillato Finardi in versione bluesman («Non sentirete nulla della mia produzione di cantautore», avvisa l’artista milanese), preceduto dalla sempre coinvolgente Arianna Antinori, una vera forza della natura che sul palco eclissa la presenza degli altri musicisti del suo gruppo.

A dare consistenza al set dell’autore di “Musica ribelle” è la perfetta pronuncia (figlio di una cantante lirica americana; ha vissuto per diverso tempo negli Stati Uniti), la scelta impeccabile del repertorio (“Little red rooster”, “Hoochie coochie man”, “Spoonful”, “Love in vain”, “House of the rising sun”), l’apporto dei Limido Brothers all’armonica e alla chitarra elettrica, ma soprattutto la voce – una vera voce blues, profonda e ricca di tratti scuri, vicina a Tom Waits e a Howlin’ Wolf: «Prima di diventare famoso come cantautore, prima di “Musica ribelle”, suonavo blues, sempre», ha confessato Finardi. «Sembra una musica facile da suonare, e invece…». E invece serve un feeling pazzesco e aver vissuto le esperienze di cui si canta, tanto che si avverte subito se un musicista blues è un «fake».

Finardi, da parte sua, per mettere le cose in chiaro, aveva dedicata a questa parte imponente della black music del ‘900 un disco come “Anima blues”, uscito nel 2005, da cui sono tratte “Holy land” ed “Estrellita”, quest’ultima con testo anche in spagnolo e dedicata «all’amore che rende meticcio il mondo, come l’unione tra Romeo e Giulietta, Montecchi e Capuleti, e a Donald Trump che vorrebbe impedire tutto questo con un muro».

Gran finale con la Incredibile Blues Made in Italy Allstar Band e Stephanie Ghizzoni che senza microfono sbaraglia tutti con una versione devastante di “I’d rather go blind” di Etta James.

Giulio Brusati
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